Se la videosorveglianza finisce sotto la lente

Da poco più di una settimana è entrata in vigore la nuova Legge cantonale sulla videosorveglianza pubblica. Il nuovo testo attribuisce alle diverse modalità di videosorveglianza ambiti di applicazione specifici. In particolare, non è ammesso l’impiego di sistemi invasivi – ossia con monitoraggio a schermo in tempo reale – sul demanio pubblico; quest’ultimo resta pertanto assoggettato unicamente a forme di videosorveglianza di carattere dissuasivo. Quest’ultima si distingue dalla videosorveglianza prevista dalla legge sulla Polizia, caratterizzata invece da una maggiore invasività, flessibilità e adattabilità. La videosorveglianza della Città di Lugano è tra le più capillari in Ticino e per farsi trovare pronta, negli scorsi mesi il Municipio ha dato mandato a un perito esterno di verificare, telecamera, per telecamera, la conformità alla nuova legge. Nel frattempo, il sistema di videosorveglianza potrebbe anche finire sotto l’occhio del Cantone. Più precisamente dell’Incaricato della protezione dei dati. Lo si evince dalla risposta del Consiglio di Stato a un’interrogazione di Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini (MpS) che chiedeva lumi su controlli e presunti pedinamenti da parte della PolCom in occasione di un presidio pro-Pal andato in scena il 7 marzo scorso in piazza Manzoni.
Un presidio sorvegliato?
In quell’occasione, al termine della manifestazione, alcuni partecipanti sarebbero stati oggetto di verifiche e, appunto, pedinamenti mirati da parte di agenti di polizia, si legge nell’atto parlamentare, il quale riporta a sua volta un comunicato di Gaza Action. Ebbene, nel rispondere all’interrogazione, il Governo conferma che, alla luce dell’entrata in vigore delle nuova legge, «e considerati altresì gli elementi emersi nell’ambito del presente atto parlamentare, l’incaricato cantonale della protezione dei dati sta valutando l’apertura di un’istruttoria, nell’ambito delle sue competenze in materia di legislazione sulla protezione dei dati, nei confronti della Polizia comunale di Lugano. Tale valutazione sarà concretamente esaminata una volta intervenuta l’entrata in vigore della nuova normativa cantonale, così da poter procedere alla luce di un quadro giuridico compiutamente definito e pienamente applicabile». In ogni caso, le verifiche non riguarderanno solo Lugano. Il cui caso citato nell’atto parlamentare è semmai lo spunto per dei controlli che riguarderanno tutti i Comuni dotati di un sistema di videosorveglianza.
«Sono i cittadini a chiederlo»
Raggiunta dal Corriere del Ticino, la capodicastero Sicurezza di Lugano, Karin Valenzano Rossi, si dice tranquilla. «Che controllino pure, fa un po’ specie che si punti il dito contro la videosorveglianza quando a Lugano cittadini, consiglieri comunali e commissioni di quartiere chiedono proprio più sicurezza e più telecamere e quando il sistema di videosorveglianza era già stato oggetto in passato di verifica proprio da parte dello stesso Incaricato dei dati. Naturalmente le nuove normative non possono trovare applicazione con effetto retroattivo e per essere conformi a quelle recenti abbiamo appunto avviato una valutazione con perito esterno». La municipale ricorda inoltre come il sistema video di Lugano abbia contribuito a più riprese a individuare autori di reato e sia regolarmente oggetto di richiesta di ricerca immagini come mezzi di prova sia da parte della Polizia cantonale sia da parte del Ministero pubblico. Basti pensare al terzetto che nella notte dell’agosto del 2024 aveva rubato un orologio di valore in centro a Lugano: immortalati dalle telecamere, erano stati arrestati all’estero e poi condannati lo scorso marzo alle Assise criminali; al tentato omicidio in via al Forte del novembre 2024, anch’esso avvenuto sotto l’occhio delle telecamere; quando in un autosilo è stato evitato un femminicidio o quando la videosorveglianza è stata cruciale per l’incendio doloso in un negozio di Via Nassa.
Alla luce anche del possibile intervento del Cantone, la capodicastero Sicurezza non nasconde una certa amarezza: «Sembra che di questi tempi i Parlamenti e gli incaricati della protezione dei dati si preoccupino eccessivamente di aspetti formali e ideologici quando il modo della criminalità fuori è sempre più sofisticato, agguerrito e si affida all’intelligenza artificiale, tecnologia che utilizza dati senza regole, e la popolazione volontariamente pubblica video e dati sensibili sui social e canali vari. Le armi spuntate sembrano essere solo quelle date alle Istituzioni, che di principio - salvo eccezioni e casi isolati comunque condannabili - usa questi strumenti e i dati in buona fede, con proporzionalità e solo ai fini di un’attività nel migliore interesse pubblico possibile. Questa tendenza è molto rischiosa: i cittadini chiedono legittimamente maggiore sicurezza ma la polizia può intervenire ‘con arco e frecce’ e i delinquenti con armi altamente sofisticate. L’impressione è che, quando non si riescono ad affrontare e risolvere i veri problemi che affliggono i cittadini, se ne creano altri di forma e procedura con l’illusione di aver risolto qualcosa».


