Sì, ha abusato di sua figlia: starà dietro le sbarre per 12 anni

Presunti? No, sono stati abusi sessuali veri e propri quelli commessi, per sette anni, dal 60.enne cittadino siriano nei confronti della figlia affetta da un ritardo cognitivo. Di più, l’uomo «ha reiteratamente costretto sua figlia a subire sì gli abusi, ma l’ha anche obbligata per ben quattro volte ad abortire dopo averla messa incinta, dimostrando la più totale indifferenza, noncuranza e assenza di empatia verso lo stato fisico e le implicazioni emotive di colei che amava definire come la sua anima».
La Corte delle assise criminali presieduta dalla giudice Monica Sartori-Lombardi (e composta, oltre ai giudici a latere Emilie Mordasini e Giovanna Canepa Meuli, anche dagli assessori giurati) non ha quindi dato corda alla tesi difensiva sostenuta dall’avvocato Massimiliano Parli, secondo la quale le dichiarazioni della vittima, rese durante i verbali di interrogatorio, sono sempre state contraddittorie (così come la frequenza degli abusi sessuali), compromettendone quindi la sua credibilità. «L’iniziale reticenza nel raccontare gli abusi sessuali si spiega con il clima di terrore e omertà in cui l’imputato faceva vivere l’intera famiglia. La Corte ha visto i filmati degli interrogatori, che valgono più di mille parole: la gestualità, le espressioni del viso, la postura e il pianto sono espressioni di una reale sofferenza e di un autentico vissuto». L’uomo è stato condannato quindi in via principale per violenza carnale e incesto a 12 anni di detenzione (il procuratore pubblico Pablo Fäh ne aveva chiesti 10), all’espulsione dalla Svizzera per la stessa durata, oltre a essere interdetto a vita dall’esercitare attività professionali a contatto con minori e al divieto di avvicinarsi e avere contatti con i membri della sua famiglia.
Lei è credibile, lui no
L’imputato, lo ricordiamo, per garantirsi il silenzio della sua famiglia, ma soprattutto della figlia, ha instaurato nel tempo un clima di terrore all’interno del nucleo familiare caratterizzato da ripetute percosse, pressioni psicologiche e atteggiamenti controllanti. Ed è in questo contesto che, secondo la Corte, «vanno inserite le contraddizioni in merito al periodo e alla frequenza dei rapporti sessuali che la difesa, a torto, pretendeva che fossero significativi di scarsa credibilità della vittima». Vittima che infine è stata ritenuta «genuina» e «autentica» nei racconti, quindi l’esatto opposto dell’imputato che ha rilasciato numerose dichiarazioni «fantasiose» e «bizzarre» e la sua credibilità è stata «scarsa, se non del tutto inesistente» a mente della Corte. Infine, i rapporti sessuali subiti dalla giovane sono stati quantificati con una frequenza di circa due volte a settimana, dal 2015 al 2022, confermando quanto scritto dal procuratore pubblico nell’atto d’accusa.
Durante l’arringa, il legale dell’imputato aveva chiesto alla Corte, nelle sue valutazioni, di fare una distinzione netta tra l’uomo e l’imputato. E per sgomberare il campo da illazioni, una delle prime frasi pronunciate dalla giudice durante la lettura della sentenza era riferita proprio a questo aspetto. «La Corte ha preso in considerazione l’imputato come essere umano, indipendentemente dalla sua provenienza, dalla cultura e dalla fede religiosa. Del resto, come asserito dal difensore delle accusatrici private (l’avvocato Carlo Borradori, ndr), per i reati più gravi di violenza carnale e incesto siamo ben al di là di una differenza culturale, visto che entrambe le culture sanzionano un simile agire».


