Sul piano climatico tre fronti pronti a battagliare

Dopo anni di lavori, il piano energetico e climatico cantonale (PECC) è pronto ad approdare la prossima settimana nell’aula del Gran Consiglio. Dove, come vedremo, è destinato a far discutere, tra favorevoli, contrari e chi invece intende sì approvarlo, ma chiedendo al contempo alcuni importanti ritocchi.
Il corposo documento – in sintesi – mira a riorientare la politica energetica e climatica ticinese verso una decarbonizzazione più rapida e incisiva. Ed è chiamato ad aggiornare il «vetusto» piano energetico cantonale (PEC), risalente al 2013, aggiungendo alla strategia del Cantone una seconda «C», quella «climatica». Un documento che, come detto, ha avuto un lungo e travagliato percorso prima di arrivare sui banchi del Parlamento: presentato dal Governo nel febbraio del 2023, il piano è poi stato messo in consultazione; il messaggio del Consiglio di Stato risale al luglio 2024; dopodiché, sono stati necessari un paio d’anni di lavori commissionali per giungere alla sua versione definitiva. Che però, appunto, potrebbe ancora subire qualche modifica in Gran Consiglio.
Obiettivi e regole
Ma che cosa prevede, concretamente, il nuovo piano? In primis, giusto per citare qualche cifra, il nuovo PECC rispetto al precedente prevede obiettivi ben più ambiziosi: una riduzione (rispetto ai livelli del 2008) del 48% del consumo energetico pro capite e del 90% delle emissioni di CO₂ entro il 2050.
Nel pacchetto che giungerà in Gran Consiglio sono previsti pure alcuni interventi significativi alla Legge cantonale sull’energia. Interventi che potrebbero far discutere: sono infatti previsti obblighi più incisivi, in particolare per il fotovoltaico. Nel dettaglio, per citare qualche esempio tra i più discussi, il progetto prevede che: i nuovi edifici debbano installare impianti fotovoltaici su una superficie pari almeno al 50% della superficie determinante; lo stesso obbligo valga per gli edifici esistenti sottoposti a rifacimento o risanamento sostanziale della copertura; entro il 31 dicembre 2045 (e non il 2040 come proposto dal Governo), gli edifici esistenti con almeno 300 m² di superficie determinante debbano installare un impianto fotovoltaico corrispondente almeno al 50% della superficie determinante. Insomma, se rispetto al progetto del Governo alcuni divieti sono scomparsi (come quello relativo all’obbligo di sostituire il riscaldamento a combustibili fossili entro una certa data), nel documento che sarà vagliato dal Parlamento restano alcuni obblighi importanti, destinati a far discutere.
«Non perdiamo altri pezzi»
Ora, in questo contesto si preannuncia una discussione accesa in Gran Consiglio, soprattutto tra tre fronti distinti. Riassumendo all’osso: a sinistra i favorevoli (Verdi, PS e Verdi liberali); a destra i contrari (UDC); al centro il PLR e il Centro che apprezzano il documento, ma vorrebbero qualche modifica, soprattutto sui già citati obblighi, ritenuti eccessivi.
A scendere in campo, questa mattina, è stato in particolare il fronte dei favorevoli. In una conferenza stampa, Verdi, PVL e PS, assieme ad associazioni come il WWF, hanno lanciato un appello al Gran Consiglio affinché approvi il PECC come proposto dal Governo. Anche perché il rapporto della Commissione ambiente, territorio ed energia che giungerà in aula – è stato ricordato – è già il frutto di un compromesso che, pur ricalcando il messaggio governativo, presenta alcune smussature. Il timore dei favorevoli è dunque che il documento venga ulteriormente smussato. Come spiegato dal capogruppo dei Verdi, Matteo Buzzi, «si vuole evitare che il PECC, come i nostri ghiacciai, perda altri pezzi per strada». Anche perché il nuovo piano rappresenta «un grosso passo avanti rispetto al precedente». Un passo avanti, hanno spiegato i relatori, necessario per più motivi. Ad esempio, come rilevato dalla deputata del PS, Simona Buri, per adattarsi al cambiamento climatico. «La vera scelta – ha affermato – è se vogliamo adattarci ora, in modo ordinato, oppure se rincorrere e subire in futuro conseguenze molto più gravi». Oppure, come evidenziato dalla responsabile di WWF Svizzera italiana, Sofia Cereghetti, il cambio di passo è necessario e «ancora più fondamentale per ridurre le nostre emissioni» e mitigare così il surriscaldamento in atto. Senza dimenticare, ha invece sottolineato il presidente del PVL, Leandro de Angelis, che «investire nel PECC significa anche ridurre la nostra vulnerabilità nei confronti di altri paesi» grazie a fonti energetiche locali che, a differenza dell’energia importata dall’estero, creano posti di lavoro. L’accento, poi, è stato messo pure sulla salute della cittadinanza e dei lavoratori, come rilevato dal medico Pietro Majno-Hurst (Verdi) e dalla deputata e sindacalista Giulia Petralli (Verdi).
Il no democentrista
Sul fronte opposto, invece, l’UDC in un comunicato stampa è tornata a ribadire tutta la sua contrarietà al PECC. Il capogruppo Alain Bühler, non a caso, presenterà un rapporto di minoranza per bocciare il progetto del Governo. Diversi, anche in questo caso, i motivi che hanno portato i democentristi a rigettare il PECC. Su tutti, nel comunicato viene in primis citato il metodo: «Prima si fissano gli obiettivi e si introducono gli obblighi, poi si cercano le risposte sulla loro fattibilità e sui loro costi». Già, perché l’UDC fa notare che ancora non è dato a sapere quale sarà l’impatto per cittadini e imprese. «Per una famiglia ticinese e per una PMI – si legge nel comunicato – questi non sono dettagli tecnici: sono soldi che escono ogni mese dal portafoglio». Ma i democentristi contestano pure il fatto che puntando sul fotovoltaico poi verrà a mancare energia proprio quando serve, in inverno. E, più in generale, fanno notare che nel frattempo il quadro sul piano federale sta cambiando, in particolare con la riapertura delle discussioni sul nucleare. «Il Ticino – chiosa l’UDC – ha bisogno di una politica energetica seria, tecnologicamente aperta e soprattutto pagabile. La sicurezza dell’approvvigionamento, il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle nostre PMI vengono prima dell’ideologia».
L’auspicio dei ritocchi
Detto dei due fronti opposti, a giocare un ruolo determinante nelle discussioni in aula saranno con ogni probabilità Centro e PLR, che hanno sì firmato il rapporto favorevole al PECC, ma «con riserva». Due partiti che, in sintesi, non contestano la necessità di una transizione energetica, ma restano scettici su alcuni punti.
«Il Centro è sensibile sul tema. Questa estate ha reso chiaro a tutti il problema del cambiamento climatico. E in tal senso salutiamo con favore il fatto che ci sia un piano energetico e climatico», premette, contattato dal Corriere del Ticino, il deputato Gianluca Padlina. Un risultato che il Centro ha ottenuto durante le discussioni in Commissione, aggiunge, «è stato quello di prevedere una revisione periodica del piano: un elemento per noi importante, poiché consapevoli che probabilmente dovremo tornare a lavorarci a breve, quando gli scenari sul piano federale saranno consolidati». Altre riserve da parte del Centro, però, giungeranno sulle modifiche alla Legge sull’energia. Ossia sui già citati divieti. «In particolare quelli che riguardano gli stabili abitativi privati, con nuovi obblighi e termini vincolanti». Padlina solleva su questo fronte anche un tema specifico: l’accesso difficoltoso ai finanziamenti (ad esempio per le ristrutturazioni o i risanamenti) per le persone anziane. Più in generale, chiosa il deputato del Centro, «sono fiducioso che il piano potrà essere approvato, ma su alcune puntuali misure penso andrà cercato un compromesso». Magari attraverso emendamenti.
Sulla stessa linea, infine, anche il deputato del PLR, Omar Terraneo. «Il PECC rappresenta uno strumento importante. E i suoi obiettivi sono condivisi. Ma riteniamo anche che la transizione energetica non vada fatta solo con nuovi divieti e obblighi». L’obiettivo del PLR, dunque, «non è frenare il PECC, ma renderlo più equilibrato». E quindi il partito con ogni probabilità presenterà alcuni emendamenti, ad esempio «per evitare di estendere l’obbligo del fotovoltaico anche agli edifici già esistenti». Obblighi di questo tipo, fa notare Terraneo, «potrebbero rendere meno attrattiva la ristrutturazione». E sono, in generale, imposizioni che il PLR non vede dunque di buon occhio. Anche perché, chiosa il deputato, «potrebbero causare costi» ai proprietari, «ma anche agli inquilini, che si vedrebbero ribaltare tali oneri».



