Un chiaro intento criminale? «No, erano dei pasticcioni»

Le otto persone alla sbarra perché accusate a vario titolo di truffe COVID e truffe relative alle indennità di lavoro ridotto, nonché per altri reati finanziari, sono uomini senza scrupoli che senza farsi troppe remore si sono precipitati a chiedere aiuti a cui sapevano di non avere diritto? Oppure sono solo dei pasticcioni, forse un po’ ingenui, che hanno fatto le cose con un po’ d’approssimazione, magari occasionalmente sbagliando e fidandosi delle persone sbagliate, ma senza un chiaro intento di arricchirsi? È un quesito a cui verrà data risposta solo settimana prossima, quando cadrà la sentenza della Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Siro Quadri (probabilmente giovedì). O forse nemmeno lì, se le parti riterranno di impugnare la decisione.
Le richieste di pena
Nel frattempo abbiamo le versioni delle parti. Di quella dell’accusa abbiamo riferito ieri. Mancavano però le richieste di pena. La procuratrice Raffaella Rigamonti ha chiesto la condanna a quattro anni e quattro mesi sia per il finto avvocato italiano, sia per il gerente di una discoteca e di una società di sicurezza (i due sono già in carcerazione di sicurezza da diversi mesi), a due anni e sei mesi per l’altro avvocato italiano e per un 66.enne, e a pene sospese di minore entità per i restanti imputati.
«Non c’era inganno astuto»
Le difese, per contro, si sono battute sia per diverse assoluzioni, sia per massicci sconti di pena. Gli imputati principali, in particolare, riconoscono di aver commesso degli errori (ad esempio l’aver prodotto documentazione falsa), ma contestano la qualifica giuridica di quanto imputatogli. Non si sarebbe trattato, in altre parole, di truffe, perché non vi è stato inganno astuto.
Per quanto riguarda le truffe legate alle indennità di lavoro ridotto - mosse in particolare al falso avvocato (che in realtà lo è, ma non può esercitare in Svizzera) e al gestore di discoteca - gli avvocati Valentina Zeli e Yasar Ravi hanno argomentato che sarebbero bastati pochi controlli degli organi preposti (l’Ufficio giuridico della Sezione del lavoro, la casse disoccupazione UNIA e OCST) per evitare di erogare oltre 750.000 franchi. Questo perché alcuni degli impiegati per cui è stato chiesto il lavoro ridotto ricevevano già l’indennità di perdita di guadagno, cosa che sarebbe stata facilmente verificabile inserendo il loro nome in un programma apposito usato da questi enti.
Rispetto alle truffe COVID, invece, l’argomento è il solito per questo tipo di processi. Con le parole diEero De Polo (difensore dell’avvocato italiano): «La Confederazione ha deciso che le richieste di credito dovevano essere fatte di principio alle banche di riferimento delle società. Dunque le banche sono state incaricate proprio perché conoscevano i clienti e il territorio, e quindi non erano esentate dai controlli. Gli incombeva una certa responsabilità sulla verifica dei crediti». Banche che hanno ricevuto autocertificazioni con cifre inventate che - sostengono le difese - avrebbero potuto verificarle con poco sforzo chiedendo i bilanci societari o guardando le movimentazioni sui conti. Degli undici tentativi di richiesta crediti, quattro sono andati a buon fine, per circa 750.000 franchi. «Non si può misconoscere la facilità con cui si è potuto ingannare il sistema», ha chiosato Zeli, che ha ipotizzato piuttosto il reato di ottenimento illecito di prestazioni assistenziali (perché resta che i soldi gli imputati li hanno ricevuti).
«Fidati di chi non dovevano»
Alla luce di tutto ciò, per restare ai principali imputati, la pena per il finto avvocato e per il gerente andrebbe contenuta in tre anni e quella dell’avvocato «molto contenuta e interamente sospesa». Il finto avvocato, ha detto Zeli, «non ha chiesto i crediti per avidità o per arricchirsi, non ci si è pagato le vacanze o immobili all’estero. È stato un pasticcione, si è fidato di chi non doveva. Intendeva comunque ripianare i debiti societari». Il gerente, ha sottolineato Ravi, «non ha usato scatole vuote e parte dei profitti indebiti li ha usati per pagare i debiti». Quanto all’altro avvocato - accusato anche di diversi casi di cattiva gestione per aver permesso tramite la sua inazione di peggiorare i debiti societari - De Polo ha affermato che in più occasioni si è fatto «turlupinare» dai veri proprietari delle società fallite. Restando con il cerino in mano.


