«Una banda organizzata, non degli scappati di casa»: chiesti fino a 15 anni di carcere

«Una banda organizzata e pericolosa, non dei semplici scappati di casa». Il procuratore pubblico Simone Barca non ha dubbi: i sette membri della banda di Pink Panther che due anni fa, il 2 luglio 2024, rapinarono la gioielleria Taleda di Lugano, hanno pianificato il colpo nei minimi dettagli e sono tutt'altro che degli sprovveduti. Come invece hanno cercato di far credere in sede di inchiesta. Per loro, il magistrato ha chiesto pene comprese tra i quasi 4 e i 15 anni di carcere.
Un minuzioso lavoro di indagine
È ripreso questa mattina con la requisitoria dell'accusa il processo alle Assise criminali, blindato in carcere e in streaming per stampa e pubblico, a carico dei sei uomini e della donna accusati di aver pianificato ed eseguito la rapina. Gli imputati, ha rimarcato Barca, «sono stati estremamente omertosi e reticenti. Hanno fornito versioni discordanti o si sono rifiutati di rispondere, affermando di aver improvvisato tutto e di essere degli scappati di casa. Su un punto hanno però ragione: per loro, quel giorno, la sfortuna ci ha messo lo zampino». Per l'accusa, agli atti ci sono prove sufficienti a dimostrare che il colpo è stato minuziosamente pianificato e che ognuno di loro aveva un ruolo ben definito ed era perfettamente al corrente di che cosa avrebbero fatto a Lugano. «Grazie all'ottimo lavoro della polizia giudiziaria e alla collaborazione internazionale è stato possibile ripercorrere ogni loro spostamento, anche nei giorni precedenti e successivi alla rapina», ha detto il procuratore. Decisivi sono stati il tracciamento dei loro spostamenti tra Austria, Italia e Svizzera e i messaggi che si erano scambiati.
Alla sbarra, lo ricordiamo, ci sono i quattro autori materiali - un 50.enne serbo, il capobanda, un 37.enne serbo, un 48.enne croato oltre a un 36.enne serbo - e i tre presunti correi che avrebbero aiutato nella logistica: un 51.enne cittadino austriaco, un 34.enne e una 30.enne albanesi. Ma non è tutto: il 37.enne ha ammesso di aver derubato una gioielleria a Ginevra il 16 marzo 2023 mentre il 48.enne, che invece nega, avrebbe colpito una gioielleria a Montreux il 7 dicembre 2023 (e un'altra a Bratislava, ma non è ovviamente oggetto di questo procedimento penale). Diverse, a vario titolo, le accuse formulate dal procuratore pubblico Simone Barca nei confronti dei sette: rapina aggravata, danneggiamento aggravato, esposizione a pericolo della vita altrui, violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari e infrazione alla Legge federale sulle armi. Il 50.enne serbo deve rispondere anche di tentato assassinio. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Elisa Lurati, Flavia Marone, Matteo Genovini, Stefano Stillitano, Pascal Cattaneo, Marco Morelli e Paride De Stefani.
A ciascuno il suo ruolo
La mente del colpo è l'imputato principale, il 50.enne serbo affiliato ai Pink Panther (circostanza, questa, da lui negata). Un uomo con alle spalle una condanna in Svizzera a 6 anni per rapina ed è pure ricercato all'estero. Barca ha riassunto il suo curriculum criminale: «Era venuto a conoscenza della gioielleria nel 2017, quando si trovava in Ticino insieme a un connazionale». Otto giorni dopo vengono colti in flagranza in una rapina a Montreux. Il 50.enne, come detto, è condannato a 6 anni di detenzione e a 15 di espulsione. «Rimane in carcere fino al 2021. Su di lui pendono due mandati di cattura internazionali per rapina a Lubiana e Atene. Nel 2023 viene arrestato a Mosca e resta dietro le sbarre fino a febbraio 2024». Per Barca, l'uomo «ha iniziato a pianificare la rapina a Lugano a partire da aprile 2024. A giugno, il colpo viene condiviso con il 48.enne croato e il 34.enne albanese. I sei uomini affinano tutto in Austria – e questo nonostante le fantasiose versioni del 51.enne che ha cercato di negare il suo coinvolgimento, ma che oltre ad ospitare la banda a casa sua ha effettuato un sopralluogo a Lugano il giorno della rapina –, e determinano i rispettivi ruoli e si procurano le armi». La donna viene contattata più tardi, a luglio, «perché la banda si rende conto di aver bisogno di un terzo autista per farsi portare da Malnate a Lugano».
Quel fatidico 2 luglio 2024, alle 11.38, il 50.enne, il 37.enne e il 36.enne serbi e il 48.enne croato entrano nella gioielleria. Il 48.enne e il 37.enne estraggono le armi (una CZ.VZOR e una Zastava M57), «assicurate per non aggravare la loro posizione ma facilmente disassicurabili in caso di necessità», ha rimarcato Barca. Nelle loro intenzioni, la spaccata avrebbe dovuto durare al massimo 40 secondi. L'arrivo dei due agenti della Polizia di Lugano, sedici secondi dopo, scompagina i loro piani. Il 50.enne prosegue comunque nel suo intento, continua ad arraffare il bottino e prende la pistola di uno dei suoi correi «e la punta alla testa di uno degli agenti, facendosi scudo con la porta della gioielleria». Per l'accusa, forte di una perizia, ha tentato di esplodere uno se non due colpi. «Ma non sapeva che l'arma fosse assicurata. Voleva scappare con il bottino ed era disposto a fare di tutto per non tornare in carcere», ha detto il procuratore. Il 50.enne riesce poi a darsi alla fuga con il bottino (oltre 312 mila franchi), ma viene fermato in zona Cattedrale. Intanto, il 37.enne serbo ingaggia una colluttazione con l'agente, durante la quale parte un colpo. Con l'aiuto dei passanti, quest'ultimo riesce infine a bloccare il rapinatore. I quattro uomini vengono infine arrestati. I correi lo saranno nei mesi successivi.
«Non sono Pink Panther»
Nel pomeriggio hanno preso la parola i primi avvocati difensori, i quali hanno sostanzialmente contestato l'aggravante dell'appartenenza a una banda («Non lo è, era la prima volta che operavano insieme e l'organizzazione è stata caotica»), men che meno dei Pink Panther. La patrocinatrice dell'imputato principale, Elisa Lurati, ha in particolare respinto l'accusa di tentato assassinio a carico del suo assistito. «Ha ammesso le sue responsabilità e di aver organizzato la rapina. Ma non ha mai voluto sparare. La perizia - ha argomentato - non fornisce prove certe di questa intenzione. È esperto nell'uso delle armi, avrebbe potuto togliere la sicura e fare fuoco». Lurati ha pertanto chiesto una sensibile riduzione della pena proposta dall'accusa.
L’avvocato del 37.enne serbo, Flavia Marone, ha affermato che «il suo contributo all’ideazione e alla progettazione della rapina è stato nullo. Aveva un’arma, ma non l’ha puntata. Nella colluttazione con l’agente in via Pessina ha cercato solo di parare i colpi che gli venivano inferti». Anche per la spaccata ginevrina, Marone ha contestato l'aggravante della rapina in banda e ha chiesto una pena non superiore a 6 anni di prigione.
Anche Matteo Genovini, difensore del 48.enne croato, si è speso per una condanna più mite per il suo assistito, ossia 5 anni di detenzione: «Non ha mai tenuto il dito sul grilletto della sua arma, appoggiata a terra subito dopo l'arrivo della Polizia». Inoltre, l'avvocato ha contestato l'accusa di rapina in relazione al colpo di Montreux: «Mancano prove certe del suo coinvolgimento, quel giorno non era lì».
Il dibattimento riprenderà domani mattina con le ultime arringhe.




