Il dettaglio

Un'altra società luganese nella carte di Moby Dick

Nella maxi frode sull’IVA scoperchiata dalla Procura europea spunta un’ulteriore SA con sede in città: controllerebbe un’azienda italiana a cui sono state sequestrate numerose proprietà – Il suo amministratore è indagato in Italia per riciclaggio, ma il vero titolare sarebbe l’ideatore della truffa
©Gabriele Putzu
Federico Storni
09.09.2026 06:00

Porta ancora a Lugano, la maxi frode carosello all’IVA detta «Moby Dick» scoperchiata alcuni anni fa dalla Procura europea (EPPO). E la cosa non sorprende più di tanto, dato che proprio in Ticino si muoveva una delle due presunte menti della frode, un italiano sulla cinquantina. Frode che avrebbe comportato un ammanco fiscale stimato in mezzo miliardo di franchi e che vedrebbe coinvolta la criminalità organizzata italiana. A emergere, in questo caso da una sentenza della Corte di cassazione italiana su dei sequestri, è il coinvolgimento nelle indagini di una società con sede a Lugano e del suo amministratore unico, un ticinese sospettato dalla magistrature italiana di riciclaggio.

Il contesto

Si tratta, lo premettiamo, di un filone marginale dell’immensa inchiesta, che coinvolge a vario titolo oltre 400 tra persone e società in mezzo mondo. Le accuse al presunto gruppo criminale - le indagini sono concentrate soprattutto in Italia - sono quelle di aver fatto ricorso a numerose società di comodo in tutta Europa per in sostanza evadere l’IVA su prodotti elettronici (ad esempio AirPod) per la somma ingentissima citata in precedenza, e con la presunta complicità di associazioni mafiose. In un primo filone, lo scorso febbraio, a Milano sono state condannate venti persone a settant’anni di carcere totali e al rimborso di 30 milioni di euro. Parallelamente, diverse società hanno già restituito una ventina di milioni di euro non dichiarati. Due membri apicali del gruppo sono inoltre stati condannati per solo riciclaggio di denaro nel novembre 2024 a oltre sette anni di carcere a testa, con sentenza cresciute in giudicato.

Si tratta, in altre parole, di una delle più grosse frodi carosello della storia recente europea, e uno dei due presunti «dominus», l’italiano 50enne, aveva una base a Lugano. «Sicuramente un appartamento», affermavano gli inquirenti. E non solo quello: anche diverse società, in particolare quelle con cui avrebbe riciclato i proventi truffaldini. Fra queste, anche la società di cui si è detto in ingresso.

Profitti truffaldini reinvestiti

La società in questione, si legge nella sentenza incidentale, è socia di maggioranza (a un certo momento socia unica) di una società italiana dotata di «un vasto compendio immobiliare» (cioè diverse proprietà), il cui sequestro è stato confermato in attesa di un giudizio di merito sulla questione. Stando ai giudici italiani, il «dominus» con base a Lugano ha reinvestito in queste società «i profitti delle frodi IVA transfrontaliere e di altri delitti contro il patrimonio in un’articolata attività di riciclaggio di denaro transfrontaliero». Il «dominus» in altre parole, è sospettato di detenere il vero potere decisionale sulle due società, mentre i rispettivi rappresentanti legali sarebbero stati delle «teste di legno». Che ora dovranno rispondere dell’ipotesi di reato di riciclaggio. Uno dei due, appunto, è il ticinese citato in entrata. L’altro, un commercialista italiano attivo a Milano.

La fiduciaria arrestata

Altre società ticinesi legate all’inchiesta erano note. Tramite una di esse il «dominus» 50enne avrebbe acquistato un resort di lusso in Sicilia, mentre altre ancora sono citate nelle carte d’inchiesta senza apparire come indagate. Alcune di queste avevano quale organo una fiduciaria del Luganese arrestata per altri motivi nell’estate del 2025 e tornata a piede libero negli scorsi mesi con misure sostitutive all’arresto. Fra le verifiche della procura ticinese ve n’erano anche di quelle tese ad appurare eventuali responsabilità penali legate all’inchiesta Moby Dick. A oggi non ne è noto l’esito e l’inchiesta è ancora aperta.

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