«Vengo dalla sinistra operaia, quella moralista non fa per me»

Sono passati mesi dall’episodio di Wassen, costatogli la patente e la candidatura nella lista rossoverde per il Consiglio di Stato. Mesi in cui il co-presidente Fabrizio Sirica ha scelto la via del silenzio. Ora, però, è tornato a parlare. E a «La domenica del Corriere» spiega perché, senza lesinare qualche critica.
Dopo il radar a 104 km/h sul limite di 50 km/h a Wassen mentre era in sella alla sua moto e il conseguente ritiro della patente, ha scelto la via del silenzio. Come mai ha deciso di parlare proprio ora?
«Ho avuto il tempo di maturare e rielaborare. Ho detto subito al mio partito: “Vista questa situazione, vi tolgo io dall’imbarazzo di un’eventuale candidatura e quindi non sono a disposizione”. Ritenevo però di dover continuare nella copresidenza e come deputato: quanto commesso è un reato ma non riguarda il mio modo di fare politica né l’onorabilità della carica. Mi sono chiesto se la decisione presa a caldo fosse giusta anche a mente fredda. Ne sono convinto. È un errore grave di cui mi assumo le responsabilità, ma i riscontri di chi mi ferma per strada mi hanno confermato che la trasparenza è stata apprezzata. L’errore non va sottaciuto, ma ripeto: non tocca il mio modo di fare politica né la persona che sono. Continuo con più motivazione».
Quando ha saputo dell’infrazione e perché l’ha raccontata sui social?
«Lo sapevo da pochi giorni: la polizia mi ha convocato circa un mese dopo l’infrazione. Poiché era ancora in corso la prima fase della vicenda Zali, ho atteso che si concludesse per non sembrare reticente e ho raccontato la mia il prima possibile. La trasparenza è fondamentale per me: ho condotto battaglie sui finanziamenti alla politica e continuo a farlo. Di fronte ad altri casi mi sono chiesto: “Perché non l’ha detto subito?”. Io ho scelto di farlo. Ho usato i social per essere spontaneo, per trasmettere imbarazzo e frustrazione per un errore che avevo riconosciuto. Un comunicato o un’intervista scritta non avrebbero reso allo stesso modo il tono con cui ho affrontato la questione».
In quelle settimane molti hanno parlato di lei, ma ha preferito rimanere in silenzio. È stata una scelta difficile?
«È stato difficile, ma non volevo banalizzare l’errore. Mi serviva tempo per valutare le critiche con distacco e capire che cosa fosse meglio per il partito e per la politica che voglio fare. Dopo un errore grave bisogna mettere se stessi in secondo piano. Ho approfondito il profilo giuridico: l’errore, nella vita privata e senza mettere a rischio nessuno se non me stesso, non inficia l’onorabilità della carica. Ne ho discusso in direzione, ascoltando anche chi la pensava diversamente e ho deciso di rimanere. Intanto ho continuato a lavorare: sarò relatore di tre rapporti in Gran Consiglio e nel partito ho portato avanti l’iniziativa per aumentare gli assegni familiari. Il lavoro si fa soprattutto dietro le quinte».
Alcuni esponenti del PS l’hanno criticata anche duramente. Poi è arrivata una lettera di sostegno con oltre 100 firme. Quindi lei ha spaccato il partito?
«Non la penso così. Quella lettera mi ha fatto piacere: c’era il sostegno spontaneo di oltre cento iscritti e simpatizzanti e di altre persone che mi hanno chiesto come firmare. Temevo che un errore di pochi secondi cancellasse più di dieci anni di lavoro, spesso volontario, per il partito e la politica. All’inizio pensavo che le critiche fossero più diffuse. Dopo aver parlato con molte persone, ho capito che nel partito chi chiedeva le mie dimissioni si conta sulle dita di meno di due mani, anche se alcune posizioni hanno avuto visibilità. Il partito non è spaccato: la base mi ha sostenuto. Il lavoro fatto non è stato annullato da un errore».
In passato è stato severo con altri politici: usa lo stesso metro per sé?
«Il criterio è l’onorabilità della carica. Se un errore compromette la fiducia nelle istituzioni, manca trasparenza o si usa il ruolo per ottenere vantaggi, possono esserci conseguenze politiche. Nel mio caso, molti cittadini mi hanno detto che l’errore non riguarda il mio ruolo, i miei valori o la credibilità delle mie battaglie. E questo mi ha portato a decidere di rimanere».
Avete creato una grande casa progressista con i Verdi e l’MpS. La moto è coerente con ciò che pensano gli alleati ecologisti?
«Vengo da una sinistra operaia e popolare, non da una sinistra moralista che pretende coerenza assoluta da ogni gesto individuale. Le azioni personali vanno bene, ma i cambiamenti devono essere collettivi: non possiamo chiedere ai cittadini di salvare il mondo con ogni singola scelta. Non possiamo colpevolizzare chi il sabato vuole andare in moto: è un diritto, viva la libertà. Non vedo incoerenza. Una sinistra attenta anche alla libertà e alle condizioni materiali può recuperare terreno. I fuochi d’artificio, per esempio, sono una tradizione popolare, pur avendo un impatto ambientale. La mia linea è sempre stata: prima di tutto la fine del mese. E non parlatemi eccessivamente di altri temi».
Per la corsa al Consiglio di Stato si è parlato di una sua candidatura «contro» Greta Gysin e a difesa del seggio di Marina Carobbio. È una lettura corretta?
«Per il Consiglio di Stato non ha senso presentare liste che non possano giocarsi la partita. Nello scenario di una destra divisa, la scelta più sensata era unire il più ampio campo progressista e schierare i nomi più forti. Il PS vuole comunque competere: è legittimo voler ottenere quel posto e nessuno dei candidati è lì per accompagnare qualcun altro. Io avrei cercato il miglior risultato possibile, anche il ruolo di subentrante. Sostengo con convinzione la nostra uscente, Marina Carobbio».
Carobbio rischia il seggio?
«A ogni elezione tutti rischiano. Ma, in questo momento di forte antipolitica, davanti alla sua chiarezza, fermezza e trasparenza ho pensato da cittadino: “Per fortuna c’è Marina”. La sua esperienza, la coerenza decennale e la credibilità garantiscono un ruolo istituzionale importante. Come socialisti la sosterremo con forza».
Negli scorsi giorni, il Gruppo Corriere del Ticino ha rivelato gli alti compensi dei membri di CdA di AIL e Casinò. Che idea si è fatto di certi compensi?
«Mi indigna la mancanza di trasparenza. Con i soldi pubblici bisogna sapere quanto una persona riceve e quale lavoro svolge. Se la somma corrisponde a un incarico importante e impegnativo, se ne può discutere; il problema è che spesso non conosciamo tempi e mansioni che giustificano quelle cifre. La Sezione socialista di Lugano è in prima linea sulla governance delle partecipate e chiede trasparenza e remunerazioni corrette».
Il sistema di nomina nei CdA va riformato?
«Sì. Anche le nomine vanno riformate: la ponderazione politica è necessaria, ma eccessiva in un cantone piccolo come il Ticino. Il primo filtro deve essere la competenza, attraverso selezioni chiare e concorsi; poi si considera la sensibilità politica. Lo stesso vale per cariche importanti come quelle della magistratura. Sì, vorrei una riforma».
La CPI sul caso Hospita-Lega sta lavorando seriamente. Ma ha anche finalità elettorali?
«Ho partecipato alla fase iniziale dei lavori, per capire se una commissione d’inchiesta potesse portare elementi aggiuntivi e maggiore trasparenza. La risposta è stata sì: c’erano troppe zone d’ombra che il Parlamento non poteva chiarire con gli strumenti ordinari. L’obiettivo non è mai stato elettorale. Ci sono aspetti che non potevamo approfondire senza la commissione. Spero che il rapporto chiarisca i punti in sospeso e indichi come migliorare di fronte alle zone grigie. Faccio i complimenti a Natalia Ferrara e agli altri membri della commissione: in un cantone pieno di fughe di notizie, il fatto che non sia trapelato nulla dimostra che hanno lavorato molto bene».
Arriverà in Governo Piero Marchesi. Qual è il suo auspicio?
«Mi auguro un Governo con una visione sui dossier e più coraggio nel prendere posizioni chiare. A Piero Marchesi auguro di contribuire a questo approccio, non di alimentare la polarizzazione. Il preventivo mostra che si lasciano al prossimo Esecutivo problemi ancora aperti».
Gobbi al Territorio e Marchesi alle Istituzioni. Questo lo scenario più probabile in vista della redistribuzione dei Dipartimenti. Va bene così? Serve una riforma vera?
«I Dipartimenti vanno ripartiti all’inizio della legislatura, non a metà o alla fine. Il prossimo Governo sarà diverso e dovrà ragionare anche sulle riforme. Ora, però, ci sono troppi dossier aperti: non si possono passare mesi ad apprendere per poi cambiare di nuovo. In questa fase mi auguro che si cambi il meno possibile».
Che cosa si sente di aggiungere sulla vicenda Zali?
«Non credo si debba aggiungere altro al fiume di parole, spesso fondato sul sospetto e senza prove. Sono stato definito aggressivo, ma le mie posizioni si basano su documenti e fatti».
In Parlamento qualcuno ha detto «Marina Carobbio doveva sapere in quanto donna». Che cosa ne pensa?
«Mi sono irritato. O si portano elementi oppure non si lanciano insinuazioni. Colpevolizzare una collega senza prove non aiuta il dibattito. Sono per lo scontro sulle idee, con rispetto e documenti».
Si sente tornato sulla scena politica?
«Sono tornato, un po’ più piano: ho tolto il piede dall’acceleratore, anche simbolicamente. Forse stavo facendo davvero troppo e questa esperienza mi è servita. Gli errori servono se permettono di crescere: mi sento maturato e ho ancora più voglia di fare politica sui temi che migliorano la fine del mese».



