L'intervista

Violenza domestica, «la denuncia non è un salto nel vuoto»

Marina Lang, responsabile del Centro di competenza violenza della Polizia cantonale, commenta i risultati della ricerca della Scuola di scienze criminali dell’Università di Losanna in collaborazione con la Divisione Giustizia ticinese
© CdT/archivio
Jenny Covelli
19.01.2026 06:00

Sono 507 i casi di violenza domestica registrati in Ticino tra il 1. gennaio 2022 e il 31 dicembre 2023. Il 27% si è concluso con una condanna; nel 14% dei casi non era stata ancora emessa una decisione definitiva al momento della raccolta dei dati; il 59% si è concluso senza una condanna. È quanto emerge dalla tesi di Master di Federico Bolzani alla Scuola di scienze criminali dell’Università di Losanna. Un lavoro di ricerca frutto della collaborazione con la Polizia cantonale e la Magistratura. Ne abbiamo parlato con Marina Lang, responsabile del Centro di competenza violenza della Polizia cantonale.

Per ottenere aiuto è necessario chiederlo. Come conquistare la fiducia delle vittime?
«La denuncia rappresenta, sul piano formale, la porta d’accesso alla tutela istituzionale; sul piano esperienziale, tuttavia, è spesso percepita come un atto rischioso, esposto e potenzialmente inefficace. Analizzare il contesto mediante ricerche scientifiche consente alle istituzioni di comprendere le criticità esistenti e di intervenire su più livelli in maniera coerente, strutturata e continuativa. Siamo oggi maggiormente consapevoli che dobbiamo agire, in primo luogo, sul piano della credibilità del sistema. La fiducia non si costruisce con messaggi astratti, ma con risposte concrete e prevedibili. Quando una donna denuncia, deve poter sperimentare fin da subito un intervento coordinato, tempestivo e comprensibile: protezione reale, informazioni chiare su cosa accadrà, accompagnamento nelle fasi successive. In questo senso i risultati dello studio ci spingono a orientare con ancor maggior chiarezza le vittime verso la certificazione medica di eventuali lesioni, così come estendere questa certificazione a ferite meno visibili ma altrettanto gravi, quelle psicologiche. In secondo luogo è fondamentale agire sul piano comunicativo e culturale: spiegando in modo trasparente cosa fa oggi il sistema e cosa è cambiato rispetto al passato. Un terzo elemento riguarda la qualità dell’accoglienza: la prima interazione con la Polizia o con le autorità è decisiva. Sentirsi ascoltate, credute e non giudicate ha un impatto diretto sulla percezione di legittimità dell’intero sistema. Infine, è essenziale ridurre l’isolamento decisionale della vittima: la denuncia non dovrebbe essere vissuta come un salto nel vuoto, ma come un percorso accompagnato. La presenza di reti di sostegno (servizi di aiuto alle vittime, sanitario, consulenza legale) che lavorano in modo integrato con la Polizia permette di spostare il focus dalla singola denuncia alla presa a carico complessiva della situazione».

Concretamente?
«In sintesi, la fiducia nelle autorità non si chiede, ma si costruisce. Attraverso coerenza dell’azione, visibilità delle tutele, qualità relazionale degli interventi e un sistema che dimostri, nei fatti, di saper proteggere chi trova il coraggio di fare il primo passo».

Quale lavoro viene svolto con gli agenti, affinché non sottovalutino (più) determinate situazioni?
«La Polizia cantonale ¨investe nella formazione di base e continua, con moduli specifici dedicati al riconoscimento precoce dei segnali di rischio, e con l’introduzione di protocolli obbligatori che guidano la raccolta delle informazioni e riducono il rischio di valutazioni superficiali. Parallelamente, sono stati definiti flussi operativi chiari e strutturati, che permettono di indirizzare in modo sistematico la gestione dei casi verso specialisti del Servizio violenza domestica interni alla Gendarmeria. La cultura istituzionale è cambiata: la violenza domestica non è più interpretata come una “lite privata”, bensì come un rischio concreto e spesso imprevedibile. Gli agenti che operano in ambito di violenza domestica sono oggi sempre più specializzati e il messaggio operativo è chiaro e univoco: non minimizzare mai».

Dal lavoro di Bolzani emerge che il coordinamento tra istituzioni è essenziale per garantire supporto e ridurre la dipendenza dalla collaborazione della vittima. Che cosa si può fare per migliorare questo aspetto in Ticino?
«Il coordinamento rappresenta il fulcro della protezione moderna. In Ticino, il Gruppo di accompagnamento in materia di violenza domestica riunisce sotto il cappello della Divisione della giustizia i principali attori attivi in questo ambito. La Legge cantonale sulla prevenzione e il contrasto alla violenza domestica e l’introduzione del numero unico 142 consentiranno di definire un percorso unitario per la vittima, con tempi certi e responsabilità chiaramente ripartite tra Polizia, settore sanitario, servizi di aiuto alle vittime, di sostegno agli autori e Magistratura. L’obiettivo è rafforzare la collaborazione inter istituzionale per consolidare il senso di protezione percepito dalle vittime e orientare gli autori, al di là dell’eventuale condanna, verso percorsi di sostegno e di aiuto, finalizzati ad accrescere la consapevolezza del proprio agire violento».

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