L'intervista

«Volevo guardare Zali negli occhi, sono stati giorni molto difficili»

La Lega dei Ticinesi nelle ultime settimane ha attraversato uno dei periodi più tormentati della sua storia – Ne parliamo con il coordinatore Daniele Piccaluga
©Gabriele Putzu
Gianni Righinetti
07.08.2026 06:00

La Lega dei Ticinesi nelle ultime settimane ha attraversato uno dei periodi più tormentati della sua storia, culminato con l’annuncio delle dimissioni di un suo consigliere di Stato, Claudio Zali. Tutto ciò, a pochi mesi dalle elezioni cantonali, dove il partito non correrà con l’alleato storico, l’UDC di Piero Marchesi. Ne parliamo con il coordinatore, Daniele Piccaluga.

Per la Lega e per il suo coordinatore sono state settimane intense, finanche tormentate di problemi causati da terze persone. Quanto ha dormito in quelle notti?
«Poco o nulla. La vicenda che ha visto protagonista Claudio Zali mi ha colpito nel profondo, per molti motivi. Soltanto dalla notte del Primo Agosto, ora che sono in vacanza in Engadina con la mia famiglia, ho ripreso a dormire con maggiore serenità. Nei giorni precedenti, invece, è stato il caos. Tutto è iniziato dalla mattina del 22 luglio, quando lei e questa testata avete reso pubblica la questione degli audio, attraverso la lettera trasmessa dai presidenti Alessandro Speziali, Fiorenzo Dadò e Fabrizio Sirica al nostro consigliere di Stato. La pressione mediatica è stata enorme. Ma questa non era una vicenda fatta di cifre, procedure o questioni astratte: coinvolgeva persone, famiglie e rapporti umani. Proprio per questo ogni parola e ogni decisione richiedevano la massima attenzione».

Se dice «lato umano» a chi pensa in prima battuta?
«A Claudio. L’ho sempre detto: dietro a un consigliere di Stato c’è prima di tutto un uomo. La linea della Lega, e la mia personalmente, è stata chiara e trasparente fin dall’inizio, senza omissioni. Eravamo pienamente coscienti di quanto stava emergendo e della sua gravità. Ma prima di prendere qualsiasi decisione volevo guardare Zali negli occhi e ascoltarlo. Le persone non si liquidano con un comunicato o con un diktat a mezzo stampa».

C’è l’uomo Claudio Zali e ci sono diverse donne che ruotano attorno a questa vicenda. Una parola per loro?
«Premetto che queste donne non le conosco, non le giudico e non ero neppure informato di presunti problemi della vita privata di Claudio. Io sono una persona rispettosa degli altri, non tollero violenza alcuna. E pure per la Lega nessun tipo di violenza, sia essa verbale o fisica, è legittima. Punto. Su questo non esiste alcun margine».

Lei vive tra la gente, parla alla gente e l’ascolta. Ma quegli audio non li aveva proprio sentiti?
«La verità è molto semplice e lineare. Dopo la pubblicazione mi è stato segnalato il profilo Instagram, ma per ragioni che ancora non conosco non riuscivo ad accedervi. Successivamente qualcuno me li ha fatti ascoltare. E poco dopo lei Righinetti e il Corriere del Ticino avete pubblicato un articolo documentato, che lasciava ben pochi dubbi sulla serietà della situazione».

Certo, ma c’è anche l’elemento essenziale: la lettera dei tre presidenti di PLR, Centro e PS che chiedevano a Zali di prendere posizione…
«Certo. Ma di quella lettera non ero stato informato. Prima della sua pubblicazione non ne avevo parlato con nessuno dei tre presidenti e nessuno di loro mi aveva contattato».

Quattro ore di assedio dei media fuori di casa. La situazione è stata piuttosto surreale e non nego che, sul piano familiare, abbia creato qualche disagio. Detto questo, non voglio drammatizzare: faceva parte di un momento particolarmente delicato

E veniamo ai giorni dell’incontro personale: lei e Zali faccia a faccia, Norman Gobbi e Alessandro Mazzoleni in remoto. E che giornata, verrebbe da dire!
«Sì, una giornata difficile e, per certi versi, anche antipatica, con i giornalisti e troupe per diverse ore davanti a casa mia. Ma è stata un’attesa vana, oggi lo posso dire: all’arrivo delle troupe l’incontro era già terminato. Quattro ore di assedio dei media fuori di casa. La situazione è stata piuttosto surreale e non nego che, sul piano familiare, abbia creato qualche disagio. Detto questo, non voglio drammatizzare: faceva parte di un momento particolarmente delicato».

E che Zali ha visto?
«Un uomo provato, amareggiato, conscio della situazione e che aveva già maturato la decisione che tutti abbiamo poi visto. A lei che aveva criticato la debolezza dei nostri primi comunicati, devo dire che da subito ero, ed eravamo, perfettamente coscienti che non c’era alternativa alcuna rispetto alla realtà dei fatti e delle decisioni poi ufficializzate».

Intanto tutti hanno parlato, mentre Zali, al di là della letterina di autodifesa, non si è mai confrontato con l’opinione pubblica. È dimissionario, ma non ci ha messo la faccia. Sottoscrive?
«Forse, col senno di poi, Claudio avrebbe magari potuto dire qualcosa di più. Ma credo anche che sia un aspetto molto personale: ognuno reagisce a situazioni di questa portata in modo diverso. Le speculazioni si sprecano: “avrebbe potuto fare, avrebbe potuto dire, avrebbe, avrebbe…, perché non ha parlato prima?”. Io non voglio sostituirmi a lui né giudicare il modo in cui ha scelto di affrontare questo momento. Posso soltanto dire che rispetto la sua decisione».

Lo ha sentito ancora dopo quel difficile faccia a faccia?
«Sì. Ci siamo sentiti il Primo Agosto e mi ha comunicato che preferiva non partecipare all’adunata leghista».

Comprensibile e coerente sulla scia del silenzio pubblico, ci viene da dire.
«Può essere letto così, ma era anche un momento privilegiato in cui lui avrebbe potuto raccontare la sua versione dei fatti. Anche questa però, come ho detto prima, è una scelta personale che non mi sento di giudicare».

Io lo chiamo “legadurismo”. Lo ammetto, la partecipazione e la vicinanza dei nostri a Biasca, il Primo Agosto, mi hanno emozionato

Chiuso il capitolo Zali, la Lega è tornata a manifestare il suo «celodurismo»?
Vi mancava il “celodurismo”, vedo che è mancato? Lei lo cita spesso, ma era solo in pausa, mai abbandonato. Io lo chiamo “legadurismo”. Lo ammetto, la partecipazione e la vicinanza dei nostri a Biasca, il Primo Agosto, mi hanno emozionato. Sono onestissimo nel dire che vedere una sala così piena ha fatto bene a me, alla Lega e a tutti noi. È stato il segnale di una ripartenza. Ci contavo, ma non era affatto scontato».

Piero Marchesi ha detto: «Alle Cantonali corriamo soli». E lei ha reagito di conseguenza: «Nessun accordo alle Federali». Ora non resta che sciogliere il nodo annunciando che «Piccaluga per il Governo c’è».
«Calma, calma per Piccaluga in lista. Quanto a Piero, la sua uscita non mi è piaciuta, soprattutto per i tempi e i modi. Mi sono chiesto che fretta ci fosse di fare e rimarcare quell’annuncio proprio il Primo Agosto».

Ma l’UDC rimane un partito amico per costituire l’area di destra che sollecita tanto il Mattino?
«Con l’UDC condividiamo diverse battaglie e alcuni obiettivi importanti. Non sarà certamente il nostro acerrimo nemico e continueremo a collaborare quando ci saranno temi comuni da difendere. Ma un conto sono le battaglie politiche, un altro gli accordi elettorali. Su una lista comune, oggi, il punto di domanda rimane».

Ma le busecche le dicono di candidarsi?
«Me lo dicono in tanti. Fa piacere, naturalmente, e lo considero un segnale di fiducia importante. Una candidatura, però, non può nascere soltanto dall’entusiasmo del momento. Devo capire se sia davvero la scelta giusta per la Lega e anche per me. Sto riflettendo seriamente, senza fretta e senza sottrarmi ad ogni ragionamento».

Ma senza il «Picca» chi rimane?
«La Lega non comincia e non finisce con me e Norman. Ci sono persone, sezioni e nuove energie pronte a mettersi in gioco. Il compito di chi guida un Movimento non è rendersi indispensabile, ma far crescere una squadra. E sento che questo è il momento giusto per rilanciare la Lega».

Tutto è cambiato, Giuliano Bignasca ha creato il Mattino e con il giornale ha creato la Lega, quindi con il Nano era il “giornale Lega”. Oggi non lo è più

Le pesa il ruolo politico del Mattino e di Antonella Bignasca?
«No, non mi pesa affatto. Ma voglio essere altrettanto chiaro: la Lega è autonoma e io lavoro esclusivamente per il bene e nell’interesse del Movimento. Tutto è cambiato, Giuliano Bignasca ha creato il giornale e con il giornale ha creato la Lega, quindi con il Nano era il “giornale Lega”. Oggi non lo è più».

Ha un messaggio per Fabrizio Sirica, dopo i suoi 104 km/h dove il limite era 50 km/h?
«Per natura non infierisco. Diciamo però che, ogni tanto, chi distribuisce sentenze agli altri dovrebbe ricordarsi di tenere il piede leggero. Siamo tutti umani e tutti possiamo sbagliare. Proprio per questo servirebbero un po’ più di misura, umiltà, un po’ meno moralismo e, possibilmente, anche meno acceleratore».

Ma gli riconosce comunque l’onestà di averlo dichiarato?
«Sì, però l’ha dichiarato ora ed è successo un paio di mesi fa. E se fosse passato un bambino? Non mi basta sentire dire che è stata “una cazzata”. Non voglio infierire, ma nemmeno banalizzare. E una cosa va detta: se al suo posto ci fosse stato un esponente della Lega, probabilmente sarebbe stato sottoposto a un autentico processo pubblico. Un po’ di coerenza, quindi, non guasterebbe».

Questa intervista è nata per caso, in un incontro vacanziero in Engadina. Che cosa rappresentano per lei questi giorni?
«Ossigeno puro. Ne avevo davvero bisogno. Ho bisogno di stare con la mia famiglia, con gli amici, di liberare un po’ la testa e di svegliarmi senza il timore che il telefono squilli perché è successo qualcos’altro. Sì, è importantissimo, e queste due settimane cascano a fagiolo perché devo rigenerare me stesso e anche chi è stato accanto a me. Con la politica ci rivediamo nella seconda metà di agosto».

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