Stati Uniti

Trump «ridisegna» l’America: la guerra dei nomi e la «Donald Doctrine»

Dal Golfo del Messico al «Golfo d’America», fino alla nuova battaglia sul Lago Ontario – Per Jean-Patrick Villeneuve, professore ordinario di Amministrazione e management pubblico all’USI, dietro la passione di Donald Trump per i nomi geografici c’è una precisa strategia comunicativa: «Può dire moltissime cose a un costo molto basso»
Lara Sargenti
14.09.2026 17:11

Dal «Golfo del Messico» al «Golfo d’America». Dal «Lago Ontario» al «Lake America». Lo stretto di Hormuz ribattezzato «Stretto di Trump». E il «New Mexico» trasformato in «New America». La battaglia toponomastica di Donald Trump non si ferma. Anzi, le sue mire espansionistiche, anche se per ora solo sulla carta, hanno raggiunto livelli mai visti prima. L’ultima provocazione è arrivata settimana scorsa con la pubblicazione di una cartina, in cui i colori della bandiera statunitense sconfinano in diversi Paesi: Canada, Groenlandia, Islanda, Messico, America Centrale e numerose isole dei Caraibi. Ma come leggere queste provocazioni? Si tratta principalmente di una strategia di distrazione oppure rispondono a una precisa visione politica? Per approfondire il tema ne abbiamo parlato con Jean-Patrick Villeneuve, professore ordinario di Amministrazione e management pubblico presso l’Università della Svizzera italiana (USI).

Dalla dottrina Monroe alla «Donald Doctrine»

«È una questione molto complessa», afferma il professore. «Alcuni pensano che Trump sia semplicemente imprevedibile o che agisca in modo irrazionale, ma in realtà, quando prende una decisione, spesso c’è una logica comunicativa e politica precisa», spiega Villeneuve.

La differenza rispetto ai normali processi decisionali dei governi è però significativa. «Generalmente, prima di prendere una decisione importante vengono prodotti documenti, consultati esperti, raccolti dati e ascoltate diverse opinioni. Nel caso di Trump, invece, capita che una proposta venga lanciata direttamente sui social media e che molte persone, anche ai livelli più alti dell’amministrazione, ne sentano parlare per la prima volta in quel momento. È lui stesso a imporre il tema e a decidere la direzione della discussione. E in questo è veramente il campione del mondo».

Per il professore c’è tuttavia una dimensione più ampia, che riguarda il modo in cui Trump concepisce il ruolo degli Stati Uniti nel continente americano. «In questo contesto è interessante il riferimento alla dottrina Monroe del 1823, secondo cui l’emisfero occidentale doveva essere considerato una sfera d’influenza degli Stati Uniti e le potenze europee non avrebbero dovuto intervenire. Trump sembra riprendere questa vecchia logica e reinterpretarla in maniera ancora più aggressiva: l’idea che l’intero continente americano, dal Canada fino al Cile, costituisca una sorta di area di interesse riservato degli Stati Uniti. È quella che è stata definita una «Donald Doctrine», o «Donroe Doctrine». In questo quadro si possono leggere anche le sue dichiarazioni sulla Groenlandia e altre provocazioni territoriali. Non significa necessariamente che gli Stati Uniti possano o vogliano modificare concretamente i confini, ma che Trump utilizza anche la geografia e la toponomastica per comunicare una determinata idea della potenza americana».

I rapporti con il Canada

Una comunicazione che produce effetti concreti, soprattutto quando stravolge il significato dei nomi dei Paesi vicini. È il caso del Lago Ontario, che ha provocato una forte reazione in Canada. «I nomi hanno una loro importanza, contengono un messaggio storico e politico. Utilizzare un nome piuttosto che un altro significa implicitamente assumere una posizione. Nel caso del Lago Ontario, la questione è particolarmente interessante. È un nome storico, legato anche a una lingua indigena canadese, e indica sia il lago sia una delle province più importanti del Canada, la più popolosa e una delle più rilevanti economicamente. Ci si può quindi chiedere perché proprio quel nome. Probabilmente il riferimento all’Ontario non è casuale. Toccare quel nome significa toccare simbolicamente una parte molto importante dell’identità canadese. E infatti la reazione del Canada è stata molto forte».

Uno strappo profondo

Il cambiamento di nome è arrivato in un momento di forte tensione tra i due Paesi, dopo il fallimento di un accordo sui dazi che ha ulteriormente incrinato i rapporti. Lo stesso Villeneuve, cittadino svizzero di origini canadesi, ha potuto toccare con mano le tensioni durante un recente viaggio in Nord America. «Il Canada è un Paese estremamente integrato economicamente con gli Stati Uniti, un po’ come la Svizzera lo è con l’Unione europea. Gli USA sono di gran lunga il principale mercato canadese e le due economie sono profondamente interconnesse. Per questo anche un gesto apparentemente simbolico può avere un peso politico importante».

In alcune filiere industriali, soprattutto tra il Michigan e l’Ontario meridionale, un prodotto può attraversare il confine numerose volte durante il processo produttivo, spiega Villeneuve. «È un modello simile, per certi aspetti, a quello che abbiamo tra Ticino e Lombardia: aziende, lavoratori e catene produttive distribuiti su entrambi i lati del confine. Oggi questo modello è diventato molto più difficile. Le tensioni commerciali stanno mettendo in discussione un’integrazione costruita nel corso di decenni».

Le tensioni hanno prodotto anche ritorsioni sui prodotti statunitensi. «I canadesi sono furiosi. A Montréal i cittadini girano al contrario i prodotti statunitensi sugli scaffali dei supermercati per protesta. C’è anche una guerra in corso sull’alcol: i governi di Ontario e Québec, responsabili della vendita attraverso il settore pubblico, hanno deciso di non vendere più alcolici americani. Una mossa che sta danneggiando pesantemente i produttori statunitensi di vino e bourbon».

I precedenti storici

Le dispute sui nomi geografici esistono da sempre. Le isole Falkland/Malvinas, contese tra il Governo britannico e quello argentino, sono probabilmente l’esempio più evidente. «Il nome scelto riflette una determinata posizione politica e storica», osserva Villeneuve. La novità, nel caso di Trump, non è quindi necessariamente l’utilizzo della toponomastica come strumento politico. È piuttosto la modalità con cui queste iniziative vengono lanciate e la loro capacità di diventare immediatamente oggetto di discussione globale. «Dal punto di vista politico e comunicativo, per Trump è uno strumento estremamente efficace perché gli permette di affermare determinate posizioni a un costo relativamente basso. Non deve necessariamente modificare una legge o un trattato: può semplicemente imporre una nuova parola nel dibattito pubblico».

E c’è anche un altro elemento. «Non parla di altri temi importanti, come i file Epstein o la guerra in Iran. Inoltre, è un tema che non tocca direttamente l’elettore americano che vota per Trump. Per una parte del suo pubblico può invece rafforzare l’immagine di un presidente che difende la potenza e l’identità degli Stati Uniti».

Il ruolo delle piattaforme

In questo contesto giocano un ruolo sempre più importante anche le piattaforme private, che secondo Villeneuve assumono una crescente responsabilità politica. Google Maps e Apple Maps hanno, per esempio, effettuato i cambiamenti di nome sulle proprie mappe, mentre altre piattaforme, come MapQuest, si sono opposte alla modifica. «Siamo ormai dipendenti da grandi piattaforme tecnologiche, che non sono più solo strumenti tecnici: c’è anche un aspetto politico», rileva Villeneuve. «Già in altre parti del mondo ci sono dispute territoriali. Se ci si collega dall’India o dal Pakistan, per esempio, le rappresentazioni cartografiche possono essere differenti. Ma vedere una situazione simile tra Stati Uniti e Canada, due Paesi occidentali sviluppati e strettamente integrati, è una novità».

La sfiducia nel modello americano

In generale, afferma Villeneuve, la dipendenza dalle grandi aziende tecnologiche americane viene sempre più messa in discussione. «È anche per questo che Berna sta cercando di muoversi al di fuori di Microsoft per quanto riguarda gli strumenti a disposizione dell’amministrazione federale. Strumenti che non sono meramente tecnici, ma anche politici».

E il livello di sfiducia verso il sistema americano, aggiunge, è sempre più alto. «Per molti anni gli Stati Uniti sono stati considerati una garanzia di stabilità. Oggi questa percezione è più fragile. Se un presidente può decidere, per esempio, di imporre un determinato livello di dazi e poi modificarlo rapidamente quando una trattativa non procede come previsto diventa difficile capire quali siano le regole del gioco».

Lo si è visto anche nei rapporti commerciali con il Canada. «L’accordo di libero scambio era stato firmato durante la prima amministrazione Trump, ma oggi lo stesso accordo viene descritto come problematico o addirittura terribile. Si possono passare settimane a negoziare e poi, nel giro di una notte, la situazione può cambiare completamente». Il risultato, conclude Villeneuve, è una crescente difficoltà per gli altri Paesi nel definire strategie di lungo periodo. «Se le regole possono cambiare continuamente, diventa più difficile fare affidamento sugli Stati Uniti come partner stabile».