Andrea Pirlo, Fonbet e la Russia: no, non sono «solo affari»

Forse, Andrea Pirlo avrebbe fatto meglio a tacere. O, in alternativa, a formulare un pensiero meno semplicistico sui social. E invece, il commissario tecnico dell'Italia non più commissario tecnico dell'Italia, riassumendo al massimo, ha detto che la collaborazione professionale oggetto delle recenti polemiche, citiamo, è «di natura commerciale e sportiva». Per carità, i soldi sono soldi e a un ex calciatore la cui carriera di allenatore non è mai davvero decollata possono sempre servire. Ma il contesto, beh, dice che è troppo facile e troppo comodo limitare il tutto al classico «sono solo affari».
Il collega Andrea Papaccio è stato il primo, a memoria, a parlare del rapporto, stretto, fra Pirlo e Fonbet, principale bookmaker russo. Il punto di partenza è che l'ex Milan e Juventus, in qualità di global ambassador, aveva (ha) il compito di portare il nome di Fonbet fuori dal Paese. Promuovendo di riflesso lo sport russo e mettendo fine all'isolamento internazionale di Mosca. Un ruolo, a suo modo, anche politico. Un ruolo che chiunque minimamente informato, e crediamo che Pirlo lo sia, avrebbe rifiutato considerando i quattro anni e passa di guerra in Ucraina: perché sostenere lo sport russo, da sempre legato a doppio filo al Cremlino, quando Vladimir Putin continua a bombardare Kiev? Proprio Papaccio ha ricordato come Fonbet abbia sponsorizzato, nell'ordine, un torneo di pallavolo e altri eventi riservati ai veterani della cosiddetta operazione militare speciale, a conferma del fatto che no, non si può parlare solo di sport o, peggio ancora, di «amicizia fra i popoli» volendo parafrasare Pupo. Pirlo ha scelto di mettere a disposizione di una società che finanzia e sponsorizza attività del genere il suo nome e la sua reputazione, oltre alla sua immagine.
C'è un altro aspetto, toccato in primis sempre da Papaccio: Pirlo era stato avvertito. Nientepopodimeno che da Andriy Shevchenko, suo compagno ai tempi del Milan e attuale presidente della Federcalcio ucraina. Il quale, con la precisione chirurgica che lo contraddistingueva in area di rigore, gli ha ricordato quanto segue: mentre Pirlo firmava autografi a Mosca, bambini e civili ucraini morivano sotto gli attacchi della Russia. Eppoi, ci sarebbe la questione della proprietà di Fonbet. Proekt, medium indipendente, ritiene che dietro al bookmaker ci sia Umar Kremlev, presidente dell’IBA, la discussa International Boxing Association, nonché uomo abituato a frequentare i vertici del Cremlino attraverso Aleksej Rubezhnoj, figura vicina alla sicurezza presidenziale. Proekt, in particolare, sostiene che Kremlev eserciti il controllo effettivo di Fonbet sfruttando una rete di prestanome, che il settore delle scommesse sia stato concentrato in seugito a decisioni statali particolarmente «comode» e che lo stesso Kremlev collabori con il governo russo. Come? Tessendo relazioni internazionali tramite lo sport e ripulendo l'immagine di Mosca.
Stupisce, in un contesto simile, la reazione stizzita di Pirlo. E stupiscono anche i ragionamenti di Paolo Maldini e Leonardo, in rotta di collisione con il presidente della Federazione italiana giuoco calcio Giovanni Malagò, per tutti simpaticamente il Kaiser, e prossimi al passo indietro. Il primo, Pirlo, ha reclamato una certa libertà nel fare affari con chi vuole lui. Gli altri due hanno rivendicato, fra le righe, autonomia d'azione. Stile «il pallone lo portiamo noi e decidiamo noi chi deve giocare». Anche no, in entrambi i casi. Si può discutere di uomini, scelte, moduli, rifondazioni del sistema e rivoluzioni, ma chi rappresenta l'Italia – e il ruolo di commissario tecnico, ad esempio, è tremendamente politico – non può pensare che l'aggressione russa all'Ucraina sia un rumore di fondo, per giunta fastidioso, da silenziare nel nome dell'obiettivo: ritornare a un Mondiale.


