C'è un cambio di scenario

In gergo tecnico è chiamato «approccio top down» ed è uno dei più diffusi metodi di gestione dei portafogli. Si osserva il perimetro su cui si vuole investire, si estrapolano le variabili macro più importanti, poi si individuano i settori su cui si concentrano i maggiori investimenti e infine si selezionano i singoli titoli. È una macchina che non si ferma mai, che sviluppa uno scenario fatto di tendenze e correlazioni e che alcune volte presenta elementi di discontinuità che cambiano le regole del gioco. Il primo e più evidente è il sell-off sul petrolio. Aperto lo Stretto di Hormuz, si scopre che l’offerta di petrolio è così elevata che nel 2027 potremmo scendere stabilmente al di sotto della fascia 75-65 dollari al barile. I tempi per una piena normalizzazione potrebbero non essere immediati: occorre ricostituire le scorte di petrolio, che sono ai minimi degli ultimi trent’anni.
Il secondo elemento di cambiamento è l’inattesa politica restrittiva di Kevin Warsh, neo presidente della Federal Reserve. Non è detto che la Fed alzi davvero i tassi, ma il mercato ha capito che l’inflazione non sarà lasciata a se stessa. I due fattori incidono sulle aspettative di inflazione di lungo periodo. La breakeven inflation statunitense, sia a 5 che a 10 anni, è scesa fino al 2,20%, segnalando che il mercato si attende, nei prossimi 5-10 anni, un’inflazione media annua negli Stati Uniti vicina al 2%. Questo ha favorito il rafforzamento del dollaro, che è sceso al di sotto di quota 1,14 contro euro, minimo degli ultimi 14 mesi. Se l’attuale aumento dell’inflazione riguarderà solo qualche mese, gli asset manager potrebbero cambiare strategia, tornando ad acquistare obbligazioni a tasso fisso e sostituendo in portafoglio le materie prime, che non generano flussi cedolari, con strumenti capaci di offrire cedole periodiche. Ricordiamo che il rafforzamento del dollaro rende più care le materie prime e restringe la domanda, soprattutto quando l’economia non è surriscaldata. La forza del dollaro, gli acquisti sui Treasury e la debolezza dell’oro mettono in soffitta la narrativa del debasement (perdita di valore delle valute) che ha guidato gli investimenti dal febbraio 2025.
E l’oro? L’oro potrebbe fare storia a sé. Le banche centrali non smettono di acquistare: l’ultima è stata quella cinese, che ha incamerato 10 tonnellate. Anche il rame potrebbe fare un’eccezione, in quanto è una delle materie prime impiegate nell’IA, nel settore energetico e nella difesa. Tre settori che continueranno ad attrarre investimenti. L’IA continuerà a richiedere grandi investimenti nell’energia e nelle infrastrutture di raffreddamento. Un update dei sistemi di difesa sembra indispensabile a tutte le latitudini del mondo. Quello che potrebbe cambiare è la velocità con cui gli investimenti verranno messi sul campo nei tre settori. Siamo sicuri che la crescita dei capex delle Big Tech sarà esponenziale nei prossimi anni? È già accaduto a Meta nel 2021 con gli eccessi d’investimenti nel Metaverso e non andò bene: dal 2021 al 2022 il titolo perse dai massimi oltre il 70%. Non solo: siamo passati da una fase in cui le grandi società dell’IA acquistavano propri titoli attraverso i buyback, che sostenevano le quotazioni, a quella attuale, dove i flussi di cassa generati internamente, non bastano più. Si vendono titoli attraverso IPO, si attuano aumenti di capitale o si chiedono prestiti attraverso emissioni corporate. Il nuovo modus operandi non piace al mercato. Non è un caso che le Big Tech abbiano perso dai massimi di maggio mediamente il 20% e si siano spostate sui «venditori di zappe ai cercatori d’oro», cioè sulle aziende interessate nella costruzione delle infrastrutture, nella fornitura di materie prime, chip e quant’altro sia inerente ai data center. Ma attenzione: un rallentamento degli investimenti o un basso ritorno finanziario potrebbero essere interpretati come una «recessione settoriale», generando alleggerimenti e favorendo la rotazione in altri comparti.


