Crans-Montana e Charlie Hebdo: se la satira smette di essere umana

C’è un momento preciso in cui la matita, da strumento di libertà, si trasforma in un’arma di offesa gratuita. È quel momento in cui l’inchiostro smette di graffiare il potere e inizia a sporcare il dolore di chi non ha più voce. La pubblicazione di Charlie Hebdo «dedicata» alla tragedia di Crans-Montana non è soltanto una scelta editoriale discutibile; è un cortocircuito etico che interroga tutti noi sulla reale natura del limite.
Il disegno, firmato da Salch e intitolato Les brûlés font du ski («Gli ustionati fanno sci»), gioca in modo macabro con il titolo di un cult del cinema francese. La vignetta è stata diffusa proprio mentre la Svizzera osservava una giornata di lutto nazionale per le 40 vittime del rogo al bar Constellation. Quaranta vite spezzate, tra cui molti giovani, e 116 feriti che porteranno i segni di quella notte per sempre. In questo contesto, il «momento» non è un dettaglio: è la sostanza stessa dell’insulto, verrebbe da dire.
La satira, per definizione, è l’arte di colpire il forte per difendere il debole. È la sberla al dogma, la critica al politico arrogante, lo specchio deformante della cosiddetta ipocrisia sociale. Ma qui, chi è il bersaglio? Non c’è una critica ai soccorsi, non c’è una denuncia sulle norme di sicurezza, non c’è un attacco a un’istituzione. C’è forse un affondo a chi, poche ore dopo la strage, si è recato sulle piste da sci. Beh, si sarebbe potuto affrontare la scarsa sensibilità di quelle persone - comunque in minoranza rispetto al lutto di un intero Paese - in maniera molto diversa, perché così il bersaglio diventano i corpi ustionati, la carne ferita, il trauma di una comunità montana che ha visto il proprio Capodanno trasformarsi in un inferno. Quando l’oggetto dell’ironia è la sofferenza fisica pura e semplice, la satira abdica alla sua funzione intellettuale per scivolare in un cinismo da click-bait.
Molti, sui social, hanno parlato di «povertà intellettuale». È difficile dar loro torto. C’è una differenza profonda tra il diritto di essere irriverenti e il desiderio di essere crudeli. Come ha giustamente osservato Julie Bourges – che i segni del fuoco li conosce bene – questo genere di vignette rappresenta una «violenza supplementare» per le famiglie. È il rumore di fondo che impedisce il raccoglimento, è la provocazione che cerca la reazione indignata per alimentare la propria rilevanza algoritmica.
Siamo stati tutti Charlie quando si trattava di difendere la libertà di espressione contro il fanatismo. Ma essere Charlie non significa accettare l’idea che tutto sia «divertente» o che il dolore altrui sia materiale da consumo. Difendere il diritto di Charlie Hebdo di pubblicare certe vignette a suo tempo era un dovere civile; criticare il cattivo gusto e la totale mancanza di empatia di chi le produce è, invece, un dovere morale.
A Crans-Montana, tra le ceneri del Constellation, è rimasto il silenzio di una tragedia che meritava rispetto. A Parigi, su un foglio bianco, è rimasto il segno di una satira che, per voler essere a tutti i costi trasgressiva, ha finito per diventare semplicemente disumana.


