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Il commento

Da Porro a porno è un attimo: la televisione italiana, su Crans-Montana, sta urlando troppo

L'attacco frontale all'ex magistrato ticinese Paolo Bernasconi è soltanto l'ultimo episodio, in ordine di tempo, che conferma una pessima abitudine: trasformare presunte irregolarità locali in un processo a un'intera nazione
Marcello Pelizzari
13.01.2026 10:37

«Non discutere mai con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l'esperienza». L'aforisma, stamane, ci è stato suggerito da un collega. Il contesto? L'ennesima, verrebbe da dire, trasmissione della televisione italiana «dedicata» alla tragedia di Crans-Montana. A finire nel cosiddetto trappolone, stavolta, è stato l'avvocato ed ex procuratore pubblico ticinese Paolo Bernasconi, ospite di Nicola Porro su Rete4 e vittima di un attacco frontale da parte dell'ex senatore e attuale direttore del Giornale Tommaso Cerno. Bernasconi, bontà sua, sperava di poter offrire il suo punto di vista (qualificato) sulle indagini. E invece, si è ritrovato a fronteggiare critiche tanto pesanti quanto fallaci.

Diciamolo subito: l'intrattenimento, al netto del dovuto rispetto per le vittime, funziona. E pure molto bene. Ma di questo si tratta: intrattenimento o, se preferite, caciara. Lo studio e l'approfondimento? Per carità: meglio il rinfaccio e perfino l'insulto, senza necessariamente scomodare la retorica sull'audience. Così, però, viene a mancare un elemento chiave: il collegamento con la realtà. Dei fatti, in primis. E di una nazione come la Svizzera, in seconda battuta. Criticare, anche duramente, le mancanze dei coniugi Moretti e quelle delle autorità comunali di Crans-Montana è un esercizio di per sé corretto. Perfino sacrosanto, verrebbe da dire. Trasformare le presunte irregolarità, confinate a un singolo comune al di là dei tanti, tantissimi addentellati internazionali, in un processo sommario a un'intera nazione è un errore logico evidente. E, soprattutto, intellettualmente disonesto.

Sorridiamo, amaramente, di fronte al processo sommario consumatosi negli studi di Rete4. Anche perché, paradossalmente, l'imputato principale, Paolo Bernasconi, ha speso una vita intera a battersi per la trasparenza e contro il riciclaggio. Diventando, di riflesso, uno dei volti più autorevoli di una Svizzera che, attenzione, ha sempre saputo e sa guardarsi in faccia e correggere i propri limiti. Sentirsi dire in diretta nazionale «sono orgoglioso di non essere svizzero», in un crescendo di accuse sull'«omertà elvetica», non è soltanto un attacco alla persona, ma un insulto all'intelligenza del pubblico e, dicevamo, alla realtà dei fatti.

Il meccanismo è logoro ma, tornando all'audience, sempre e comunque efficace: si prende un singolo caso — quello di Crans-Montana, con le sue complessità e le sue zone d'ombra che, appunto, andranno chiarite nelle sedi opportune — per elevarlo a sistema. Che qualcosa non abbia funzionato nel comune vallesano è palese. Che il quadro sia inquietante, pure. Ma che l'intera Confederazione sia opaca, complice, omertosa, francamente, è troppo. No, il particolare non può diventare universale. E lo stereotipo del «forziere» che resiste a ogni evidenza storica e legislativa, di nuovo, non regge.

C'è, poi, un aspetto ancora più profondo e problematico. I media italiani, sin dal principio di questo dramma, hanno puntato il dito contro la mancanza di trasparenza svizzera. Utilizzando, a loro volta, metodi certo vincenti (sì, ci riferiamo sempre all'audience) ma eticamente discutibili, se non peggio. La narrazione e l'indignazione urlate, la delegittimazione dell'interlocutore, le accuse rivolte alla Svizzera di non voler parlare. Peccato che, però, a Bernasconi non sia praticamente stata data la possibilità di instaurare un dialogo serio e dedicato. Chiamasi mancanza di rispetto. Sia verso il singolo, sia verso il cosiddetto sistema elvetico. Cerno ha fatto pretese importanti. A voce alta. Bernasconi e la Confederazione, a suo dire, dovrebbero essere più trasparenti. Per onorare, davvero, le vittime. Ci chiediamo se, a sua volta, l'ex senatore stia onorando i 40 morti e 116 feriti della tragedia. O se non stia sfruttando la famigerata televisione del dolore per profilarsi. D'altro canto, in certe arene «vince» chi grida. Non chi espone i fatti con cautela e bravura. 

Lo stesso collega, prendendo in prestito il cognome del conduttore, ci ha detto: «Da Porro a porno è un attimo», riferendosi al significato più ampio del termine «pornografia», ovvero l'esibizione, ostentata e compiaciuta, di oscenità. Abbiamo sorriso, sempre amaramente. La Svizzera non è un monolite. È un sistema complesso, a più livelli, perfettibile ma certo non sbagliato. Criticare o porre le domande giuste, ribadiamo, è un esercizio legittimo. Tuttavia, approfondire è doveroso. Come doveroso sarebbe parlare, in televisione, senza la bava alla bocca. Scambiare un singolo episodio per un'indole (lassista) che abbraccia e riguarda l'intera Confederazione, conferma l'aforisma con cui abbiamo aperto questo articolo: «Non discutere mai con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l'esperienza».

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