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Due pesi e due misure?

Il diverso trattamento riservato dalle istanze sportive alla Russia e a Israele non smette di fare discutere - E in seno al CIO ci si nasconde dietro a un sotterfugio
Tarcisio Bullo
Tarcisio Bullo
27.09.2025 06:00

Una delle più spudorate bugie servite al grande pubblico sostiene che lo sport debba stare lontano dalla politica oppure, fate voi, che la politica non debba immischiarsi con lo sport. La storia degli eventi sportivi dimostra invece ampiamente che sport e politica si sono spesso strette in un abbraccio a volte fraterno, altre volte velenoso. Chiedo dispensa dall’elencazione di una lunga serie di esempi che comproverebbero l’affermazione e respingo l’idea, sottoscritta da qualche commentatore, che il fenomeno sia recente e abbia potuto svilupparsi grazie alle dinamiche che hanno portato il mondo a diventare quel villaggio globale che è oggi, con lo sport, e soprattutto il calcio, diventati degli eventi planetari seguiti da miliardi di persone, sulla spinta di una mediatizzazione senza precedenti. Il Mondiale di calcio del 1930 in Italia fu sfruttato dal fascismo per darsi legittimità internazionale; le Olimpiadi del 1936 a Berlino dovevano essere la vetrina pulita del nazismo, con Hitler che tentò di presentare una Germania tollerante e pacifica.

E oggi? Beh, oggi la questione dirompente riguarda il diverso trattamento riservato dalle istanze sportive alla Russia e a Israele. Qualcuno ha parlato di «doppia morale» riferendosi al fatto che la Russia è stata esclusa dalla comunità internazionale olimpica, mentre Israele vi fa ancora parte e il suo atteggiamento non sembra turbare le istanze del Comitato Olimpico Internazionale, il quale recentemente ha affermato che da parte del Paese non vi è stata nessuna violazione della Carta Olimpica. A molti il senso di questa affermazione è sfuggito. In realtà, si tratta di un sotterfugio che tende ad evitare al CIO di assumersi qualsiasi responsabilità decisionale in relazione alla situazione attuale a Gaza. Quando si parla di violazione della Carta Olimpica si intende la famosa «tregua olimpica» sancita dalla stessa Carta. La Russia è stata esclusa non tanto per l’invasione dell’Ucraina nel 2022, bensì perché quell’invasione è avvenuta solo quattro giorni dopo la fine delle Olimpiadi di Pechino, violando il cessate il fuoco olimpico che deve durare una settimana oltre la conclusione dei Giochi. Detto altrimenti: se le truppe di Putin si fossero mosse una settimana più tardi, probabilmente avremmo celebrato le medaglie degli atleti russi ai Giochi di Parigi dello scorso anno.

A fronte di una situazione giuridica che non le permette di essere riconosciuta da tutti come un vero e proprio Stato – ciò che secondo alcuni potrebbe giustificare il diverso trattamento tra Russia e Israele – la Palestina ha però un Comitato olimpico nazionale e federazioni sportive accreditate a livello internazionale. La guerra in atto a Gaza ha annientato quasi tutte le infrastrutture sportive, ha fatto strage di atleti anche di primo piano (secondo il Comitato Olimpico Palestinese hanno perso la vita sotto le bombe oltre 600 sportivi), ha sostanzialmente distrutto il possibile sviluppo dello sport palestinese, che lo scorso mese di giugno ha visto infrangersi il sogno di qualificare per la prima volta la nazionale calcistica del Paese al Mondiale dopo un pareggio contro l’Oman. La questione dell’esclusione di Israele dalle competizioni sportive è stata affrontata anche all’ONU, coi membri del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che hanno chiesto a FIFA e UEFA di escludere il Paese dalle competizioni calcistiche internazionali. Nyon, è notizia fresca, potrebbe voltare le spalle alla selezione e ai club israeliani la prossima settimana. Considerando i legami tra il presidente della FIFA Gianni Infantino e quello statunitense Donald Trump, coi Mondiali 2026 dietro l’angolo, la richiesta è invece destinata a non avere seguito a Zurigo, mentre il CIO può tirare un sospiro di sollievo e continuare a far spallucce: le prossime sono Olimpiadi invernali, un palcoscenico poco adatto a palestinesi e israeliani (che però hanno hockeisti e pattinatori…).

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