Il commento

Facile giudicare quando non vivi in Sicilia

La latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro ha fatto discutere, ma siamo davvero in grado di capire queste situazioni?
Prisca Dindo
18.01.2023 18:15

Dopo la cattura di Matteo Messina Denaro, sulla tomba di Giovanni Falcone è apparso un biglietto con questa scritta: «Dopo trent’anni ce l’abbiamo fatta, Giovà». Un messaggio che la dice lunga sull’importanza dell’operazione messa a segno l’altroieri, lunedì 16 gennaio, dagli inquirenti italiani.

Con l’arresto di Messina Denaro si chiude in Italia la stagione stragista, iniziata nel 1992 e terminata nel 1993 con le bombe a Firenze, Milano e Roma. Il capomafia di Castelvetrano figura infatti tra i mandanti degli attentati contro i giudici Giovanni Falcone a Capaci e Paolo Borsellino in via d’Amelio a Palermo.

«L’arresto di Messina Denaro era un debito che la Repubblica aveva nei confronti delle vittime» ha dichiarato in conferenza stampa il procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia che ha coordinato gli uomini del ROS nell’operazione di cattura.

Il boss mafioso è stato arrestato alla clinica Maddalena di Palermo, dopo trent’anni di latitanza. Un periodo di impunità lunghissimo, che solleva non poche perplessità. Come ha fatto l’uomo più ricercato di Italia a girare in libertà per così tanto tempo? Possibile che nessuno l’abbia riconosciuto? Perché chi poteva parlare non ha parlato?

Forse solo chi abita in Sicilia può capirlo. Una regione dove ancora oggi per svolgere una qualsiasi attività rischi di dover pagare il pizzo; dove il territorio è controllato capillarmente dalla mafia.  

Agli omicidi eccellenti e alle bombe degli Anni ’90 oggi gli uomini d’onore preferiscono elargire mazzette e aiuti in denaro. La corruzione di pubblici ufficiali e professionisti, unita dalle minacce in caso di resistenza, è dilagante. In questo modo i malviventi si intrufolano  nell’economia legale, aderendo a gare d’appalto e a bandi europei.

Poi c’è la politica. Intervistato da Giovanni Floris, il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri ha spiegato a Di Martedì, la trasmissione di approfondimento di La7, come nascono le «relazioni pericolose» con le cosche.  

«Abbiamo notato che gli accordi con il diavolo si fanno gli ultimi giorni prima di votare – ha spiegato a Di martedì –. È proprio lì, quando il candidato teme di non farcela che è disposto a fare i patti con il diavolo».

A prova della sua tesi, il magistrato ha portato l’esempio di un sindaco siciliano che diceva che gli bastava farsi vedere una volta sul fuoristrada del capo mafia per assicurarsi l’elezione.  

I politici sono presenti sul territorio due/tre mesi all’anno. Cosa Nostra c’è sempre. Durante il lockdown le cosche sono intervenute dove lo Stato non c’era. Hanno distribuito piccole somme di denaro. «200/300 euro al mese consegnati ai siciliani messi in ginocchio dalla pandemia e che non riuscivano più ad arrivare a fine mese» ha spiegato Gratteri. Una volta accettato l’aiuto, difficile tornare indietro. Chi non marcia è oggetto di intimidazioni e di angherie. Lui e la sua famiglia. Il patto con il diavolo è così siglato.

Le immagini della piccola manifestazione di giubilo contro la mafia di Castelvetrano, la città di Messina Denaro, nella sera del suo arresto, fanno bene al cuore. Come pure quelle che arrivate la stessa sera da Capaci, dove giovani e famiglie siciliane festeggiavano la cattura del boss.   

Oggi la Sicilia dell'antimafia è sicuramente più grande di quella della mafia. Questo non vuol dire però che le cosche non ci siano più. Chi ha dovuto scendere a patti con il diavolo parlerà soltanto quando lo Stato sarà davvero forte e li proteggerà.  

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