Il doppio deficit americano

I maxi dazi non affrontano i nodi strutturali che sono alla base del doppio deficit degli USA, commerciale e pubblico. Oltre a creare danni per i commerci internazionali e per la crescita nel mondo, Stati Uniti inclusi, le alte barriere volute da Trump nemmeno possono contribuire a una soluzione di lungo periodo per questi due capitoli americani, spesso invocati. Sul versante commerciale il nodo di fondo, secondo gli stessi USA, è la distanza accumulata per le merci (nei servizi la situazione è ben diversa) tra un import molto consistente e un export che non raggiunge i medesimi livelli. Anziché agire per un maggior sviluppo dell’export di merci, aumentandone la competitività e ampliando la presenza sui mercati, come sarebbe opportuno fare, l’Amministrazione statunitense riprende l’antica e inefficace strada delle grandi barriere all’import. Come già visto in molti casi in passato, questo tipo di ricetta nel lungo termine non funziona, a meno che si accetti da parte di chi impone i dazi un trend di crescita economica ben inferiore e una tendenza a una inflazione ben maggiore. Il costo di questo tipo di operazioni negli anni può diventare elevato, per chi subisce i dazi ma anche per chi li impone. E per la verità anche nel breve l’effetto anti disavanzo non sempre è assicurato. Può infatti anche succedere che, pur in un quadro di crescita rallentata e di prezzi maggiorati, imprese e consumatori (USA in questo caso) cerchino di non rinunciare a parti cruciali dell’import.
Secondo gli uffici governativi americani, il deficit commerciale totale degli USA nel primo semestre 2025 è stato di 582 miliardi di dollari, contro i 421 miliardi dello stesso periodo 2024. L’aumento è forte ed è dovuto al fatto che ancora una volta l’import è cresciuto più dell’export. Si può obiettare che nei primi tre mesi di quest’anno le importazioni sono salite soprattutto per le scorte fatte in vista degli aumenti dei dazi; ciò è vero, ma non si può ignorare che in ciascuno dei tre mesi successivi il disavanzo non è comunque sceso sotto i 60 miliardi. Per essere inferiore al livello annuo del 2024, il deficit USA nella seconda metà 2025 dovrebbe scendere a circa 50 miliardi al mese in media. Sarà così? Vedremo, dubitarne è lecito. Sul versante dei conti pubblici, l’Amministrazione Trump sta diffondendo l’idea che gli incassi dei dazi danno e daranno un positivo, forte contributo.
Ora, anche qui vanno ristabilite le proporzioni. Il debito pubblico americano è enorme, ormai di circa 37 mila miliardi di dollari; il deficit pubblico, cioè in sostanza il saldo negativo tra uscite ed entrate, è ingente ed è stato di 1.629 miliardi nei soli primi dieci mesi dell’anno fiscale 2025. Dai dazi le casse pubbliche USA hanno ricavato quest’anno 152 miliardi sino a fine luglio e la previsione prevalente tra gli esperti è che la cifra possa essere di 360 miliardi per l’intero 2025. Quand’anche la cifra fosse un po’ superiore, rimarrebbe attorno all’1% del debito e chiaramente resterebbe molto lontana dalle dimensioni del deficit pubblico. Gli incassi dei dazi certo ci sono, ma rappresentano un contributo relativo, che non può mutare da solo la dinamica di fondo, che è di costante aumento del debito e del deficit. Di nuovo, il vero cambiamento deve venire dall’affrontare il nodo strutturale, che è quello di un evidente squilibrio tra uscite ed entrate pubbliche, al di fuori della partita dei dazi. Sbagliata è anche l’idea che con più inflazione e dollaro svalutato si possa ridimensionare seriamente il problema del debito. La riduzione del debito attraverso questa via è un’aspirina; se non si chiude il rubinetto degli squilibri nei conti, nel lungo periodo il debito torna a salire. Dazi ed effetto dollaro basso, illusioni del tempo di Trump. Che purtroppo danneggiano anche noi.