Editoriale

Il sogno cantonale di Lombardia e Veneto

Il dibattito, tutto italiano, sull’autonomia regionale differenziata si riassume in questo detto popolare: l'erba del vicino è sempre più verde (soprattutto se sta a Nord)
Ferruccio De Bortoli
Ferruccio De Bortoli
13.01.2023 06:00

L’erba del vicino è sempre più verde. Soprattutto se sta a Nord. In molti casi lo è veramente ma forse meno di quanto non si pensi o desideri. Il dibattito, tutto italiano, sull’autonomia regionale differenziata si riassume in questo detto popolare. In Lombardia e Veneto - Regioni che nel 2017 hanno dato vita anche a un referendum consultivo - si coltiva un sogno «cantonale». Non solo guardando alla Svizzera, pur nelle differenze istituzionali che in ogni caso resterebbero profonde (l’Italia è e sarà uno Stato unitario), ma soprattutto alle cinque autonomie regionali speciali. In particolare il Trentino-Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.

Entro la fine di questo mese, il ministro degli Affari regionali italiano, Roberto Calderoli, presenterà in Consiglio dei ministri il proprio disegno di legge sull’autonomia differenziata. Dissolto il piano eversivo di Umberto Bossi che voleva la secessione del Nord, è ormai questa la principale battaglia leghista. Essenziale per un partito, quello di Matteo Salvini, in crisi. Per uno dei tanti paradossi italici e per l’eterogenesi dei fini, lo strumento legale è nella riforma costituzionale, attuata nel 2001 da un governo di centrosinistra proprio per contrastare l’autonomia leghista e conquistare consensi nella parte più ricca del Paese. Ovvero la possibilità che alcuni poteri statali (oltre alla sanità che c’è già, sicurezza, scuola, energia) possano essere devoluti alle Regioni attraverso un accordo con il governo nazionale. Le Regioni settentrionali a guida del centrodestra sono orientate a chiedere tutte 23 le «competenze concorrenti». L’Emilia Romagna, guidata dal candidato alla segreteria del Partito democratico, Stefano Bonaccini, molte meno e non senza qualche imbarazzo. Il centrosinistra si oppone soprattutto a spezzettare l’istruzione pubblica in tante scuole regionali. Ma il progetto di autonomia differenziata leghista non piace soprattutto agli alleati di governo. In particolare a Fratelli d’Italia, storicamente centralisti. Giorgia Meloni insiste per una riforma presidenziale con l’elezione diretta del capo dello Stato, sull’esempio francese o con un premierato più forte.

I due progetti possono convivere o uno contrasta ed esclude l’altro? È questo il grande dilemma italiano del 2023. Una maggiore autonomia regionale dovrebbe in teoria consentire, a chi è più efficiente dell’amministrazione centrale, di avere migliori servizi impiegando le risorse fiscali ripartite dallo Stato. E qui si tocca un tema delicato che riguarda il costo, del tutto imprevedibile, e attualmente nemmeno stimato, dell’intera riforma. Difficile pensare che le Regioni più ricche accettino di avere meno, ovvero di rinunciare alla spesa storica, proprio perché gestiscono meglio dello Stato. L’obiettivo è quello di poter utilizzare liberamente le tasse rimaste una volta pagati i servizi centrali, il cosiddetto residuo fiscale. Le Regioni meridionali, con l’imbarazzo di quelle guidate dal centrodestra, temono la «secessione di ricchi». La riforma prevede che vengano fissati dei livelli essenziali delle prestazioni (i cosiddetti Lep), per tutte le Regioni, certamente superiori a quelli attuali. Dunque ulteriore spesa pubblica. Ed è assolutamente curioso che nel discutere un rafforzamento dell’autonomia regionale, nel segno della responsabilità nelle attese dei cittadini e nell’efficienza dei servizi offerti, si dimentichi totalmente di calcolare preventivamente il costo complessivo. Come se poi nessuno fosse chiamato a pagarlo.