Iran, la checklist dell'emergenza finanziaria

I piloti in situazioni d’emergenza hanno una checklist, che sanno a memoria, ma che ugualmente rileggono con calma per procedere con ordine. Lo stesso vale per i mercati finanziari. Per quanta esperienza si abbia, ogni crisi è diversa, ma il modo di affrontare l’emergenza segue una procedura ben precisa.
La prima: definire lo scenario, che nella fase attuale ha subito una discontinuità rispetto alle macro tendenze viste fino al 27 febbraio 2026. Prima di questa data si parlava di crescita con un’inflazione sotto controllo; ora si parla di uno scenario stagflattivo, bassa crescita e inflazione elevata, che aumenterà d’intensità all’aumentare dei giorni di conflitto in Medio Oriente.
La seconda: individuare le cause, sapendo che fino a quando non saranno rimosse, almeno a livello di aspettative, le traiettorie degli asset finanziari rimarranno esposte a volatilità e possibilità di perdere valore. La terza: individuare gli asset che guidano la crisi, quelli a cui tutti guardano per capire l’intensità del fenomeno. Nella fase attuale, in ordine d’importanza: il prezzo del WTI, il petrolio americano, l’andamento del dollaro, il rendimento del bond decennale americano T-Note e la tenuta dell’indice azionario americano S&P 500. Il sistema europeo e quello svizzero mantengono una forte correlazione con quello americano a causa di diversi fattori: energetici, con circa il 50% del fabbisogno di gas naturale liquefatto (GNL) europeo proveniente dagli Stati Uniti; economici, dato che l’Europa esporta il 21% del totale verso gli Stati Uniti, la Svizzera il 19%; e finanziari. Una distruzione di ricchezza negli Stati Uniti si trasmette in Europa a causa dei forti investimenti europei oltreoceano e attraverso i legami finanziari fra banche.
La quarta: individuare il grado di trasmissione della crisi alle variabili macroeconomiche, come l’inflazione, l’occupazione, la crescita e il livello di liquidità nel sistema economico. Le crisi finanziarie hanno due vie di trasmissione: quella macroeconomica e quella energetica. La prima è più gestibile; se aumenta l’inflazione, le banche centrali aumentano i tassi per raffreddare l’economia, come nel periodo 2021-2023, e prima o poi le autorità domano il fenomeno. La seconda è meno gestibile dalle autorità centrali. Statisticamente, ogni crisi energetica, tranne quella del 1974, è sempre rientrata in tempi brevi, ma il fattore tempo incide sulla performance delle varie asset class, e su questo le autorità possono fare quasi nulla. Cinque mesi di crisi energetica nel 2022, a causa del conflitto Ucraina-Russia, generarono performance negative fra il -15% e il -20%, sia sull’azionario sia sull’obbligazionario. Nel 2022, solo l’oro riuscì a chiudere l’anno in positivo, con un +3%, nonostante la crisi energetica fosse già rientrata a luglio.
Una volta ripassata la checklist, rimane il compito più difficile: salvare l’equipaggio, che, traslato in metafora, nel nostro caso significa difendere i nostri investimenti. Anche qui si procede con ordine. Dal punto di vista psicologico, dopo un lungo periodo rialzista delle borse, spesso si commette l’errore di concentrarsi sul prezzo dell’asset che non si è riusciti a comprare nella fase pre-crisi. L’errore è guardare i massimi dello scenario precedente e ritenere, solo per questo, di poter fare un buon affare. Il timing d’entrata su un asset va invece aggiornato allo scenario nuovo; e se non è definito, anche i massimi e i minimi degli asset non lo saranno. Il prezzo di un asset diventa attraente se lo scenario diventa più chiaro, se corro meno rischi, se capisco quali potrebbero essere le tendenze future. Non è il caso della fase attuale, dove si possono fare ipotesi ma non previsioni attendibili. Se questa è la realtà che ci offre oggi il mercato: nessuna certezza, allora conviene conservare la liquidità per tempi migliori. La liquidità, nelle fasi di crisi, è oro.

