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Il commento

La cicatrice sulla pelle e gli errori da ricordare

Il 24 ottobre 2001, alle 9.39, la Svizzera ha scoperto che la sua galleria più importante poteva trasformarsi in una trappola
Gianni Righinetti
24.10.2026 06:00

Ci sono momenti, finanche attimi, che scandiscono il filo della storia. Della nostra storia. E la storia non è sempre rose e fiori: ci sono anche le spine, il dolore e la morte. Ci sono fatti che restano impressi nella memoria come una cicatrice sulla pelle. Come il ricordo su dove ci trovavamo l’11 settembre 2001, quando il mondo guardava le torri gemelle crollare. Poche settimane dopo, il 24 ottobre alle 9.39, la Svizzera ha scoperto che la sua galleria più importante poteva trasformarsi in una trappola. Le certezze e la fortuna si sgretolano in un istante. Dopo una quantità impressionante di transiti e incroci tra camion e auto a 80 km/h accade lo scenario peggiore. Un mezzo con targhe belghe sbanda, urta la parete e finisce nella corsia opposta. L’autista di un altro camion frena, sterza, ma non basta. Dal serbatoio squarciato sgorga gasolio e un cortocircuito fa il resto. In pochi minuti il tunnel si riempie di fumo nero e la temperatura schizza a oltre 1.200 gradi. Il bilancio sarà pesantissimo: undici morti, dieci per asfissia, uno bruciato. Il Ticino rimane così senza il suo principale collegamento nord-sud per otto settimane, e il ripristino a conti fatti costa 15,3 milioni di franchi. Il conto economico si può sempre pagare. Quello di un dramma umano mai. Ancora oggi il San Gottardo ha assurdamente una sola canna per i due sensi di marcia. Il secondo tubo è in costruzione, l’inaugurazione è attesa per l’estate del 2030 e questo ci basta per dire quanto il problema sia rimasto aperto dall’inaugurazione del 1980 e per un quarto di secolo dopo il rogo. E, purtroppo, non è ancora finita. Il tempo tende a cancellare la memoria e le vecchie abitudini a ripetersi. Ma vale la pena ricordare le lezioni, spesso dimenticate, di quella tragedia. La prima lezione riguarda l’informazione. Nelle prime ore il dramma non era soltanto il fuoco. Erano le telefonate di famiglie che non sapevano se i loro cari fossero dentro l’inferno, vivi o morti, i giornalisti arrivavano a centinaia, le voci che correvano più veloci dei soccorsi. Chi gestisce una tragedia deve sempre dire la verità presto e con chiarezza, rispettando il segreto istruttorio, perché il silenzio e l’approssimazione si riempiono di paura. Le famiglie non devono sentirsi, magari anche soggettivamente, abbandonate. Un’informazione data bene riduce il caos; una data male lo moltiplica, e lo fa in pochi minuti, non occorrono ore. Soprattutto oggi con l’effetto social. Lo abbiamo dimenticato troppe volte e il dramma di Crans-Montana ce lo ricorda ancora. C’è poi il comportamento umano nel panico. Il fumo non uccide subito: prima toglie le forze e l’orientamento, poi soffoca. È letteralmente tremendo. Atroce. Dieci delle undici vittime sono morte così, alcune in auto, in attesa di soccorsi che non potevano arrivare, altre disorientate nel tentativo di raggiungere le uscite. La sicurezza in galleria non si misura solo in ventilatori e telecamere. Si misura nella capacità di una persona, in pochi istanti, di capire che deve lasciare l’auto e cercare il cunicolo della salvezza. Un sistema serio si progetta per il panico, non per la calma. Veniamo alla “lezione tecnica”, pure amara. Gli impianti di ventilazione, pensati per portare aria fresca, hanno finito per alimentare le fiamme. Ossigeno che non è finito nei polmoni ma che li ha bruciati. Neppure il più crudele dei registi dell’horror avrebbe immaginato uno scenario simile. Intanto le luci fioche e giallognole non bastavano a bucare la cappa di fumo facendo perdere l’orientamento quando tempo non c’era. Oggi possiamo dire, amaramente, che ogni passo avanti nasce da un errore costato vite umane.

C’è poi l’assenza di lungimiranza, come credere che una galleria aperta nel 1980 in un contesto da “era della pietra” rispetto alla mobilità attuale potesse reggere all’infinito un traffico che cresceva ogni anno. Migliaia e migliaia di veicoli al giorno in un tubo unico, con camion carichi d’ogni genere di materie. Il rischio non era un’ipotesi, ma una certezza. Era scritto nei numeri che dovevano diventare allarmi. E non è mai accaduto, se non a posteriori. C’è poi l’errore politico, in primis quello della generazione che il tunnel lo ha pensato in termini economici ma non reali. Il sistema «a contagocce» per dosare il traffico dei camion è arrivato tra resistenze e divisioni e ha preso slancio solo dopo il dramma. Quando è la paura a muovere le decisioni, la prevenzione arriva sempre troppo tardi. Chi ha il potere di decidere aspetta spesso che qualcun altro si esponga per primo, credendo che questo significhi sfuggire dalla propria responsabilità scaricandola su altri. Non è mai così. Veniamo poi alla fiducia cieca nei controlli. Il conducente che ha innescato la catena mortale era ubriaco e stanco. Ma intercettare chi guida in condizioni alterate anche oggi non è matematico.

E veniamo all’errore degli errori, foriero di potenziali altre tragedie. La lentezza sul secondo tubo. Nel 2004 il popolo ha respinto il controprogetto che lo prevedeva, con il 62,8% e solo nel 2016 il popolo ha detto sì. Sono passati dodici anni e un’altra stagione di tragedie in Europa. Dodici anni per riconoscere la cosa più ovvia: chi viaggia in direzione opposta non dovrebbe dividere la stessa corsia. Due canne separate non azzerano il rischio, come ricordano anche i tecnici, ma eliminano lo scenario più letale. L’ultimo errore è la memoria corta. Ogni anniversario riapriamo il dossier, rievochiamo le immagini, poi lo richiudiamo. La galleria oggi è più sicura e gli incidenti sono molto meno frequenti di prima del rogo. Ma non abbastanza, finché un camion può ancora piombare in contromano superando una semplice doppia linea bianca. Oggi si commemora, si ricorda. Ma abbiamo imparato? Venticinque anni dopo, la risposta è ancora sospesa, come quella galleria sotto il massiccio che ha rappresentato una conquista, ma non ha risolto la precarietà.

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