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Cosa dicono i mercati

La guerra in Iran e la geopolitica del petrolio

Il vero obiettivo degli Stati Uniti è il controllo dell’offerta di greggio che equivale a controllare l’economia globale
Francesco Paglianisi
04.03.2026 06:00

In Medio Oriente si sta giocando una partita che ha una valenza più ampia rispetto al semplice confronto storico ed esistenziale fra Israele e Iran. Gli obiettivi dichiarati dagli Stati Uniti sono il cambio di regime e la fine del programma nucleare, ma, scrutando nell’ampio disegno americano, si intravede un obiettivo di più lungo periodo: la dominanza nel settore petrolifero.

Secondo fonti OPEC e IEA (International Energy Agency), la produzione mondiale di liquidi petroliferi è stimata intorno ai 108,6 milioni di barili al giorno per il 2026. Gli Stati Uniti producono 13,6 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita e gli alleati americani del Golfo Persico arrivano a 17,2 milioni di barili giornalieri, circa il 16 per cento della produzione mondiale, a cui si aggiunge oltre il 12 per cento americano. E siamo al 28 per cento.

Il Venezuela, fra gli ex fornitori della Cina, estrae circa 1 milione di barili al giorno ma, a pieno regime — secondo le stime entro il 2035 — arriverà a 3,5 milioni di barili. Avere il controllo diretto o indiretto di oltre il 30 per cento della produzione giornaliera mondiale significa determinare i prezzi e, con questi, pilotare l’inflazione. Significa incidere sul tenore di vita della classe media, influenzare le politiche monetarie, frenare o espandere un ciclo economico.

Il conflitto in Medio Oriente si inserisce in questo scenario. L’Iran estrae 3,3 milioni di barili al giorno, di cui il 90 per cento è destinato alla Cina. La potenza asiatica importa 12 milioni di barili al giorno: perdere l’Iran, dopo il Venezuela, significherebbe rinunciare a 4 milioni di barili al giorno, dipendere maggiormente dalla Russia e non alimentare a sufficienza l’enorme motore manifatturiero. Un problema esistenziale.

Il punto nevralgico, monitorato dalle grandi case d’investimento, è l’isola di Kharg, a 25 km dalla costa iraniana, di fronte al Kuwait. L’isola è l’aorta dell’Iran: qui è stoccato il 90 per cento del petrolio destinato all’estero, quindi alla Cina.

Se gli Stati Uniti vogliono vincere la guerra delle materie prime energetiche, devono prendere il controllo di questo hub. Il secondo obiettivo è “liberare” lo stretto di Hormuz, da cui passa il 20 per cento del petrolio mondiale. Una delle caratteristiche del Commonwealth e poi degli Stati Uniti è stata il controllo delle rotte marittime e, in particolare, degli stretti: di Suez, di Panama, del Bosforo e dei Dardanelli; lo stretto di Malacca, situato tra la Malesia, Singapore e l’isola di Sumatra (Indonesia), è il più trafficato al mondo.

Aumentare il controllo sulla quota mondiale di petrolio estratto e completare il controllo delle vie marittime farà capire al mercato se gli Stati Uniti rimarranno una potenza economica e militare o se dovranno lasciare il passo alla Cina. Il conflitto fra Iran e USA può essere, per questo, molto rischioso.

Il mercato non guarderà solo agli obiettivi dichiarati, che hanno valore più per Israele che per gli Stati Uniti. Pochi credono che possa esserci un reale cambio di regime. Israele non c’è riuscito dopo oltre due anni di guerra in Palestina.

Anche la piena neutralizzazione del programma nucleare è incerta: occorrerebbe un’operazione sul campo su 12 siti, fra cui Fordow, sepolto a circa 80-90 metri di profondità, e Pickaxe Mountain, un nuovo sito ultra-profondo situato a sud di Natanz.

L’Iran non può vincere la guerra, ma può estenderla e prolungarla a tal punto da far perdere il consenso interno all’amministrazione americana. I mercati conteranno i minuti e le ore del conflitto e, più questo si allungherà, più aumenteranno l’avversione al rischio e l’esigenza di liquidità, nel tentativo di difendersi da uno scenario incerto la cui posta in gioco è molto più alta di quanto appaia.