La telecronaca di Lele Adani: ma perché indignarsi?

Lele Adani sì o no? La vera domanda, in realtà, è un’altra. E va oltre il caso singolo. La formuliamo qui: che tipo di telecronaca vogliamo, noi che ci trasciniamo da una partita all’altra – spesso stancamente – di questi Mondiali? Vogliamo voci educate, parole misurate, pause, toni pacati? Snì. Domanda nella domanda, legata alla RAI: senza l’Italia in campo, è un sacrilegio avere una seconda voce che – per vissuto, cultura, interessi personali – trasmette tutto il suo amore per l’Argentina e per Leo Messi? Nostra risposta: no, assolutamente no.
Esponiamo i fatti. Semifinale dei Mondiali 2026, Inghilterra contro Argentina, televisione italiana. L’Albiceleste riacciuffa avversario e partita all’ultimo respiro. La Pulce, proprio lui, è motore e anima della rimonta: serve due assist, il primo a Enzo Fernandez e il secondo a Lautaro Martinez, quindi si inginocchia al fischio finale e lascia andare tutte le tensioni e le emozioni accumulate lungo il cammino. Adani, opinionista RAI, accompagna le due reti con un crescendo quasi surreale, intriso di poesia e realismo magico volendo fare paragoni alti. Cita Maradona, Einstein, perfino Dio. Parla di destino e avversità. È totalmente avvolto dal momento.
La performance fa il giro dei social. Diventando, all’istante, virale. Adani finisce in tendenza su X, ad esempio. Ma è anche cercatissimo su Google. Mezza Italia, intanto, si indigna, perché parliamo della RAI e perché l’ex calciatore – a suo modo - è un personaggio scomodo. C’è chi lo paragona a un re delle televendite, chi lancia petizioni per togliergli la finale di domenica e chi, ancora, parla di Tele Buenos Aires. Fin troppo astio per una semplice telecronaca, verrebbe da dire.
Il punto, ora. Anzi, la domanda. Che Adani abbia esagerato è lapalissiano. Lo fa per mestiere. Proprio perché ricerca, nelle sue telecronache, lo stile di un calcio che da sempre lo appassiona e lo smuove: quello sudamericano. La domanda, dicevamo, è un’altra: perché condannare la passione, a maggior ragione se stiamo parlando di pallone e non di massimi sistemi? Fa ridere, in questo contesto, il fatto che le accuse vengano mosse nella maggior parte dei casi da giornalisti, quindi formalmente da colleghi di Adani, i quali a loro volta sono tifosi, a volte pure tifosissimi, ma predicano l’equidistanza e la misura.
E qui sta il paradosso. Adani, bontà sua, è trasparente. Mette in piazza le sue passioni e le sue preferenze. Ci urla in faccia che ama Messi e l’Argentina. Non si nasconde. Mai. Il vero problema delle telecronache, semmai, sono gli altri, se pensiamo all’Italia. Quelli che le simpatie le fanno passare sottotraccia. Spacciandosi per neutrali. Adani, almeno, ti mette in condizione di scegliere. Abbracciare la sua enfasi o simpatizzare per l’altra squadra.
Poi, beh, ci sarebbe un’altra questione. Parallela a quella principale ma altrettanto centrale. Adani, appunto, dà fastidio. Perché parla di calcio in modo sensato e approfondito, perché mette alla berlina allenatori senza chiedere il permesso agli uffici stampa o agli stessi tecnici, perché è troppo poco italiano e troppo poco «funzionale» al sistema. Bene ha fatto la RAI ad accaparrarselo e bene farebbe a infischiarsene delle critiche.
Poi siamo tutti d’accordo. Nessuno chiede che le telecronache siano sempre urlate o che le regole del mestiere vadano riscritte. Ma una cronaca con Adani, ai nostri occhi o meglio alle nostre orecchie, è molto più viva di altre. Di più, la finale di domenica meriterebbe proprio di essere raccontata da qualcuno che faccia tremare le pareti. Se il calcio è fatto per emozionare, perché togliere chi amplifica queste emozioni?
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