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Il commento

Lo Stato ficcanaso non piace ai ticinesi

L’iniziativa antidumping del Movimento per il socialismo (MpS) si è infranta contro questa realtà – E la lezione, anche questa volta, è stata chiara
Gianni Righinetti
09.03.2026 06:00

Il verdetto uscito dalle urne è di quelli che non lasciano molto spazio alle interpretazioni: i ticinesi non vogliono uno Stato ficcanaso. Non vogliono un gigantesco ufficio controlli, un «Grande fratello» pronto a scandagliare ogni contratto di lavoro, a intromettersi in ogni rapporto tra impresa e dipendente, in nome di una battaglia ideologica che prometteva molto ma dimostrava poco. L’iniziativa antidumping del Movimento per il socialismo (MpS) si è infranta contro questa realtà. E la lezione, anche questa volta, è stata chiara. Attenzione: nessuno nega che in Ticino esista un problema salariale. Sarebbe semplicemente negare l’evidenza. Il nostro Cantone vive una situazione unica nel panorama svizzero: siamo un piccolo territorio incuneato nella Lombardia, una metropoli da oltre 10 milioni di abitanti con livelli salariali e condizioni economiche profondamente diverse dalle nostre.

È una realtà strutturale, storica e geografica con cui conviviamo e con cui dovremo continuare a fare i conti anche in futuro. Pensare di risolvere questa complessità con una bacchetta magica legislativa significa illudere i cittadini. Eppure l’iniziativa dell’MpS partiva proprio da questa premessa semplicistica: più controlli, più ispettori, più registri: e i salari saliranno automaticamente. Un’equazione seducente nella sua apparente semplicità, ma che non ha mai trovato riscontro né nei dati né nell’esperienza. In Ticino i controlli già oggi sono tra i più intensi della Svizzera e le irregolarità riscontrate sono relativamente poche e spesso risolvibili senza drammi. Difficile sostenere, con questi numeri, che il nostro sia un Far West del mercato del lavoro. La proposta dell’MpS andava ben oltre. Avrebbe imposto la notifica di ogni singolo contratto di lavoro, generando centinaia di migliaia di segnalazioni ogni anno. Un’enorme macchina burocratica che avrebbe richiesto una cinquantina di nuovi funzionari pubblici. Il tutto per un costo potenziale in milioni di franchi all’anno. In altre parole: uno Stato più grande, più costoso e più invasivo. Ed è proprio questo punto che i cittadini hanno colto perfettamente.

Perché lo Stato merita rispetto ma non per questo deve essere gonfiato senza misura. Anche perché la questione tornerà presto al centro del dibattito con l’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali». È difficile sostenere contemporaneamente che l’apparato pubblico debba crescere in maniera incontrollata e che i conti cantonali debbano restare sotto controllo. C’è poi un aspetto politico che merita di essere sottolineato. L’iniziativa si fondava su una premessa tanto implicita quanto problematica: la sfiducia preventiva. L’idea che il tessuto economico ticinese sia popolato da imprenditori pronti ad aggirare le regole alla prima occasione e che solo un esercito di ispettori possa tenerli a bada. È una visione non solo ingenerosa, ma anche pericolosa. Perché trasforma l’economia in un nemico da sorvegliare, invece che in un partner con cui costruire prosperità e posti di lavoro. La realtà, come spesso accade, è più complessa e meno ideologica. Il Ticino ha sviluppato negli anni strumenti di controllo che funzionano, grazie anche al partenariato sociale: Commissioni paritetiche e tripartite che mettono attorno allo stesso tavolo autorità, sindacati e datori di lavoro.

Un modello che punta sulla cooperazione, non sulla contrapposizione permanente. Non è un caso che proprio questo approccio stia producendo risultati anche su altri dossier. Basti pensare al dialogo in corso attorno all’iniziativa socialista per un «Salario minimo sociale», dove il confronto tra le parti ha permesso di avviare un percorso costruttivo. Non è la politica degli slogan, ma quella dei compromessi ragionati. Lo stesso non si può dire per l’MpS e per i suoi esponenti di punta. Il loro stile è noto: sparare ad alzo zero su tutto e su tutti, con l’idea che l’intransigenza sia sinonimo di coerenza. Ma la politica, fortunatamente, non è una gara a chi urla più forte. Lo avevano già dimostrato le elezioni cantonali del 2023, quando il movimento è uscito ridimensionato dalle urne con un seggio in meno in Gran Consiglio. E ora è arrivata un’altra conferma. Il disco rotto dell’integralismo difficilmente paga nel lungo periodo.

C’è infine un dettaglio che vale la pena ricordare. Sul dumping salariale il Ticino si era già espresso nel 2016. Anche allora era stata respinta una proposta radicale, preferendo un compromesso concreto che ha rafforzato i controlli con misure mirate e sostenibili. Una scelta di equilibrio che ha permesso di migliorare gli strumenti senza trasformare il Cantone in un laboratorio di burocrazia. Riproporre oggi una versione ancora più invasiva di quella stessa ricetta è stato ignorare deliberatamente la decisione popolare di 10 anni fa. Le urne hanno semplicemente ristabilito il punto.

Il messaggio è limpido: combattere il dumping sì, ma con misura, pragmatismo e rispetto per il tessuto economico. Senza trasformare il Ticino in un enorme ufficio ispettivo e senza alimentare la sfiducia come metodo politico. Perché la fiducia, in fondo, resta il vero capitale di una comunità. E quando la politica la consuma per inseguire slogan facili, il conto arriva sempre. Puntuale. Anche nelle urne.

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