Lugano: l’insulto e la resa silenziosa

C’è qualcosa di profondamente stonato, e, diciamolo senza troppi giri di parole, triste come pure inquietante, nella risposta che le istituzioni riescono a dare a una situazione che ormai da settimane si consuma sotto gli occhi di tutti, nel cuore di Lugano. Un uomo urla, insulta, talvolta minaccia. I passanti segnalano, si spaventano, evitano. E la risposta ufficiale, scandita con burocratica compostezza, è di quelle che lasciano interdetti: «Possiamo solo calmarlo». Una frase che, da sola, racchiude un cortocircuito che non è soltanto operativo, ma prima ancora culturale e istituzionale. Perché suscita, certo, un sentimento di umana compassione nei confronti di una persona che manifesta un evidente disagio psichico e che, proprio per questo, avrebbe diritto a un aiuto concreto e tempestivo. Ma, nel contempo, genera un senso di impotenza istituzionale che non è degno di uno Stato di diritto e sociale come il nostro. Insomma: non c’è nulla da fare. Non può agire la polizia. Non possono intervenire i servizi sociali. Non resta che mettersi il cuore in pace e subire. Davvero? Davvero la sintesi è tutta qui? Perché allora sorge spontanea una domanda, tanto banale quanto tagliente: ma che storia è questa arrendevolezza che tende a giustificare l’ingiustificabile e a tollerare l’intollerabile? Possibile che, di fronte a comportamenti che generano insicurezza diffusa e pubblica, l’unico orizzonte sia quello del «non ci possiamo nulla»? Siamo, senza esagerazioni, nell’assurda terra dei due pesi e due misure. Provate a lasciare l’auto in zona blu oltre il tempo consentito: la sanzione è certa, puntuale, inappellabile. Provate a tenere aperto un esercizio qualche minuto di troppo, a spostare un tavolino oltre il limite concesso, a gettare distrattamente un sacchetto per strada: la macchina amministrativa si metterà in moto con una precisione svizzera, e ci mancherebbe altro. E invece, quando un uomo imperversa nel centro cittadino con atteggiamenti che inquietano, disturbano, talvolta spaventano, improvvisamente tutto si inceppa. Le norme si ritraggono, le competenze si dissolvono, le responsabilità si disperdono in una nebbia fatta di «non è di nostra competenza», «non risiede qui», «serve un medico», «serve un altro livello decisionale». Nel frattempo, la realtà resta lì, immutata. Non si tratta, è bene dirlo con chiarezza, di invocare soluzioni repressive o scorciatoie autoritarie. Nessuno auspica arresti arbitrari o interventi fuori dal perimetro della legalità. Ma proprio perché siamo uno Stato di diritto, è legittimo pretendere che esistano strumenti adeguati per gestire situazioni che, ammesso pure che non configurino immediatamente un reato, presentano evidenti segnali di rischio potenziale, sia per la persona coinvolta sia per la collettività. Qui sta il nodo: il vuoto. Un vuoto giuridico, operativo, ma anche politico. Perché se davvero le autorità «non hanno i mezzi per intervenire», come viene ammesso, allora il problema non è l’uomo che urla in centro. Il problema è un sistema che non sa, o non vuole, dotarsi degli strumenti necessari per intervenire prima che sia troppo tardi. E non si venga a dire che «finché non c’è reato non si può fare nulla». È una formula che suona rassicurante solo sulla carta. Nella realtà, significa finanche accettare che si debba attendere il peggio prima di agire. Significa spostare la soglia dell’intervento sempre un passo più in là, fino a quando quel passo potrebbe rivelarsi finanche irreparabile. Nel frattempo, si chiede ai cittadini di comprendere, di tollerare, di adattarsi. Di cambiare marciapiede, magari. Di abbassare lo sguardo. Di fare finta di niente. Ma uno Stato serio non chiede questo ai propri cittadini. Non si limita a «calmare» i problemi, li affronta. Non si rifugia dietro i limiti delle competenze, li ridefinisce se necessario. Non accetta che una persona resti intrappolata nel proprio disagio e che una comunità viva nell’incertezza. Forse è proprio questo il punto più amaro della vicenda: non l’uomo che urla, ma il silenzio istituzionale che gli fa da eco. Quel «non ne possiamo nulla, solo calmarlo» non è una risposta. È una resa. E, come tutte le rese d’impotenza, grida vendetta al cielo.


