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«Ma gli americani non possono tirare troppo la corda»

Negli ultimi tre mesi i listini europei hanno digerito, nell'ordine, blocco navale del Venezuela, tensioni per la Groenlandia, crisi del private equity e chiusura dello stretto di Hormuz con guerra aperta all'Iran
Francesco Paglianisi
17.04.2026 06:00

È il 2 gennaio 2026: l’indice azionario americano è a quota 6.880, il cambio euro-dollaro è a 1,175. Siamo seduti comodamente di fronte a una sfera di cristallo che ci dice che, nei primi quattro mesi dell’anno, avverranno: blocco navale del Venezuela con cambio di regime; tensione USA-Europa per la Groenlandia; messa sotto accusa di Jerome Powell; crollo del settore software, con crisi del private credit americano; e, dulcis in fundo, guerra aperta USA-Iran con blocco dello Stretto di Hormuz e prolungato shock energetico con effetti stagflattivi (bassa crescita e inflazione in aumento).

Ammesso di credere a una simile concentrazione di eventi negativi, che cosa avremmo fatto? Forse vendere tutto e prendere una vacanza di un anno? Sì, l’avremmo fatto. Tuttavia, siamo in aprile e, mentre scriviamo, lo S&P 500 è a 6.950, a un soffio dai massimi assoluti, e l’euro è a 1,18, quasi sullo stesso livello d’inizio anno. Quindi o abbiamo sognato, oppure questa è una crisi che i megatrend vogliono archiviare il più presto possibile. Dall’inizio dell’anno, e soprattutto dall’apertura della crisi USA-Iran del 28 febbraio, gli asset manager hanno aumentato la liquidità su ogni reazione tecnica positiva. L’incertezza è cresciuta in modo esponenziale, fino a far temere, alla scadenza dell’ultimatum americano del 6 aprile, scenari apocalittici. Poi, all’improvviso, il negoziato, che ha imposto il 7 aprile la chiusura di parte delle posizioni al ribasso. Si stima che gli hedge fund, i fondi speculativi, abbiano chiuso il più alto numero di posizioni ribassiste degli ultimi dieci anni. Dai report di BlackRock, Goldman Sachs e JPMorgan emerge che le «mani forti» stanno dando una chance di successo al secondo round dei negoziati. Emotività o reale possibilità che la crisi esca dal labirinto delle ultime settimane? Una delle caratteristiche dei sell-off è la caduta verticale dei prezzi. Così come un palazzo si costruisce in più di un anno - metafora riferita alle tendenze positive - allo stesso modo può essere abbattuto in poche ore. Le tendenze ribassisti si articolano in un lasso di tempo limitato e hanno bisogno di metabolizzare eventi sempre più negativi. Quando non vengono alimentati regolarmente, scattano contro-movimenti che spesso vengono confusi con la totale rimozione dei problemi. Non è questo il caso, ma se le «mani forti», che non hanno l’emotività dei retail, iniziano a rientrare, è perché si attribuisce una certa probabilità al fatto che l’apice della crisi è alle spalle. L’ipotesi del successo di un negoziato, o la percezione che non sia realistica una guerra a oltranza - che potrebbe lesionare il sistema economico globale - impone una riconsiderazione del rischio che si può detenere in portafoglio.

All’inizio della crisi, il 28 febbraio alle ore 7.00, il confronto Iran-USA appariva del tutto sbilanciato. Alla scadenza dell’ultimatum del 6 aprile e all’apertura della prima tornata del negoziato, la situazione è sembrata diversa: l’Iran ha acquisito maggiore forza negoziale. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha mandato in tilt l’economia mondiale e ha evidenziato la sua centralità, sia per le rotte della Via della Seta sia, più in generale, per le forniture energetiche asiatiche. Se la Cina vuole candidarsi a essere un riferimento economico e politico stabile, non solo deve evitare un attacco a Taiwan, ma anche rendere stabile la sua potenziale area d’influenza, dimostrando la capacità di risolvere le crisi quando il suo più grande competitor, gli USA, le creano.

Tradotto in termini operativi, lo scenario resta incerto: la crisi non è rientrata. Tuttavia, le grandi case d’investimento americane, alla luce dell’equilibrio tra punti di forza e di debolezza fra Stati Uniti e Iran, segnalano la possibilità di un graduale ritorno della fiducia sui mercati. Alla fine, gli USA non possono tirare troppo la corda.