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Il commento

Nato sotto il segno del leone

Buon 2026, qualunque volto decida di assumere, anche se quello che ha già iniziato a mostrare appare tutt’altro che rassicurante, come dimostrano la terribile disgrazia di Crans-Montana e l’«arresto» del presidente venezuelano Maduro
Maurizio Binaghi
14.01.2026 06:00

I primi giorni di gennaio sono propizi a formulare, con le migliori intenzioni, previsioni per l’anno che verrà. Previsioni che, si intende, saranno inevitabilmente disattese. Gli storici seri non sono astrologi e non pretendono di indovinare il futuro. Hanno la buona creanza e l’umiltà di astenersi da questo esercizio di stile. Per «divertissement» e per sbagliare di certo, possono però chiedere all’intelligenza artificiale di proporre uno scenario futuro per un Paese, il nostro, nato tradizionalmente a inizio agosto, sotto il segno del leone. Gli storici seri declinano ogni responsabilità verso il responso dell’oracolo digitale, ma non possono esimersi di riprendere lo scenario narrativo immaginato. Si limitano ad aprire le parentesi e a cominciare la citazione.

Nel 2027 un attacco informatico di vasta scala, attribuito a un attore statale ostile, paralizza reti energetiche, banche, sistemi di trasporto e infrastrutture digitali svizzere. Il governo, isolato e senza accesso a meccanismi di difesa comuni, si rende conto dei limiti della neutralità. Nello stesso tempo, Finlandia e Svezia, ora pienamente integrate nella NATO, diventano esempi di sicurezza collettiva ben funzionante. L’opinione pubblica inizia a interrogarsi sul proprio ruolo. La Svizzera perde la sua funzione di paese garante dei buoni uffici, sostituita da Norvegia e Spagna, considerate più allineate al nuovo equilibrio geopolitico. Nel 2032 l’opinione pubblica cambia rotta. La presidente della Confederazione, davanti alle Camere unite, pronuncia un discorso destinato a entrare nei libri di storia: «La nostra neutralità è stata un faro per due secoli. Ma oggi, il mondo non è più lo stesso. Non possiamo più essere isola. È tempo di scegliere la solidarietà, la cooperazione e la sicurezza collettiva». Nell’aprile del 2034 il Parlamento approva, dopo anni di dibattiti e pressioni internazionali, la revoca ufficiale della neutralità permanente, in vigore dal Congresso di Vienna del 1815. In un referendum storico, il 54,2% dei cittadini vota a favore dell’adesione all’Unione Europea e alla NATO. La campagna referendaria è stata una delle più dure e polarizzanti nella storia. Da un lato, i sostenitori dell’adesione hanno parlato di realismo geopolitico, sicurezza condivisa e piena integrazione economica con il principale partner commerciale della Svizzera. Dall’altro, gli oppositori hanno denunciato una “rinuncia irreversibile alla sovranità” e la perdita del ruolo storico di mediatore neutrale. Un nodo scoperto continua a pesare nel dibattito pubblico: il futuro della democrazia diretta. L’ingresso nell’UE implica l’accettazione del primato del diritto europeo in numerosi ambiti, limitando la portata di iniziative popolari e referendum contrari agli obblighi comunitari. Molti osservatori parlano di una «democrazia diretta condizionata». Si tratta di un mutamento profondo, percepito dall’opinione pubblica come una perdita irreversibile.

Dal 2033 la Svizzera partecipa alle istituzioni europee. Ha ottenuto una rappresentanza limitata ma influente al Parlamento europeo e si è affermata nei dossier legati alla ricerca, alla finanza e alle politiche climatiche. Sul piano militare, l’ingresso nella NATO comporta una riforma profonda delle forze armate: aumento della spesa per la difesa, maggiore professionalizzazione e integrazione nei comandi atlantici. Non mancano le conseguenze negative. Ginevra, pur restando sede dell’ONU e di numerose organizzazioni internazionali, vede ridursi il suo ruolo come spazio neutrale di negoziazione. Russia e Cina raffreddano i rapporti diplomatici, accusando la Svizzera di essersi schierata nel campo occidentale. Sul piano interno, il tema identitario resta aperto: un nuovo movimento politico chiede una revisione del rapporto con la NATO e denuncia la “normalizzazione” della Svizzera. A tre anni dalla svolta, una cosa appare chiara: la Confederazione ha scelto la sicurezza collettiva al posto dell’eccezione storica, l’integrazione al posto dell’isolamento strategico. Resta la domanda che attraversa il dibattito pubblico: è possibile rinunciare alla neutralità senza rinunciare a sé stessi?

A questo punto lo storico rigoroso chiude le parentesi e apre gli occhi: quello delineato è uno scenario possibile o impossibile, auspicabile o deprecabile? Al futuro, ancora tutto da scrivere, l’ardua risposta. Buon 2026, qualunque volto decida di assumere, anche se quello che ha già iniziato a mostrare appare tutt’altro che rassicurante, come dimostrano la terribile disgrazia di Crans-Montana e l’«arresto» del presidente venezuelano Maduro, a ricordarci che la realtà corre spesso più veloce - e in modo più tragico - della fantasia.