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Il commento

Romano, Boteli e le facili sentenze

Le scelte opposte dei due talenti plasmati dal calcio svizzero, una a favore della nazionale italiana, l’altra per i colori rossocrociati, rischiano di venire etichettate con approssimazione – Tacciare d’immobilismo l’ASF, nel caso del centrocampista del Cagliari, è scorretto, così come ha poco senso gonfiare il petto per la fedeltà dell’attaccante del Sion: per entrambi si tratta soprattutto di opportunismo
Massimo Solari
11.09.2026 11:00

Due fenomeni classe 2006. Due percorsi analoghi, lungo le giovanili rossocrociate. Infine, due scelte agli antipodi. Winsley Boteli ha confermato l’attaccamento alla Nazionale, senza cedere alle avance della Repubblica Democratica del Congo, aggrappatasi alle sue radici. Alessandro Romano ha invece deciso di cambiare casacca, accantonando la Svizzera e abbracciando l’Italia.

Da una prospettiva elvetica, gridare allo scandalo per il caso Romano e gonfiare il petto per le parole di Boteli ha poco senso. Certo, da un lato siamo di fronte a una brusca deviazione, oltretutto dopo aver indossato la fascia di capitano, mentre dall’altro viene mantenuta una linea di apparente coerenza. Delusione e godimento, insomma, hanno il diritto di convivere. Il rischio che a prendere il sopravvento siano approssimazioni e facili sentenze, tuttavia, esiste. Anzi, si è già materializzato.

“La Federazione si è fatta una grande dormita, sotto tutti i punti di vista” ha dichiarato Valon Behrami ai microfoni della RSI. Il tutto suggerendo l’esistenza di errori per certi versi imperdonabili da parte dell’ASF nell’opera di convincimento rivolta a Romano. Ora. È lecito credere che la strategia allestita negli uffici di Muri bei Bern potesse essere più accorta o muscolare. Ma insinuare immobilismo e incompetenza appare oltremodo eccessivo. E ingeneroso. Romano, come altri giovani dal grande potenziale, era parte integrante del progetto Footuro, rivoluzionato nel 2017 con l’obiettivo di fornire un supporto speciale ai migliori talenti del Paese. Nei piani dell’ASF, il giocatore era destinato a diventare il leader della U21 rossocrociata, godendo al contempo della massima considerazione di Murat Yakin, la cui trasferta in Sardegna – parsa tardiva – era tutto fuorché figlia dell’improvvisazione. Una visione riduttiva? Forse. Ma pur sempre una visione aderente a principi già adottati per altri profili. D’altronde, parliamo di un ragazzo di 20 anni, che prima di ammaliare Cagliari e far perdere il controllo a Coverciano, aveva vissuto una stagione amara allo Spezia, retrocesso in serie C. E con ciò non intendiamo ridimensionare la caratura di Romano, a maggior ragione a fronte del parere convinto di numerosi osservatori che lo seguono dai tempi della Roma e alla luce delle recenti prestazioni fornite nel massimo campionato italiano.

Sta di fatto che i margini per forzarne l’inserimento nella Nazionale A, oggettivamente, erano esigui, per non dire inesistenti, tenuto per l’appunto conto della filosofia ponderata della nostra Federcalcio. Un rapido sguardo a ruolo e concorrenza nella zona nevralgica del campo, inoltre, dovrebbe contribuire a inquadrare con ulteriore lucidità la situazione. Non serve infatti indagare a chissà quale profondità per scovare nomi e curriculum ingombranti. Chiedetelo ad Ardon Jashari, sino ieri l’altro massima speranza del movimento rossocrociato e oggi fermo ad appena 11 presenze con la Svizzera, molte delle quali per altro insignificanti. E a proposito di traffico in mediana: vale forse la pena citare anche un certo Johan Manzambi, esploso in Bundesliga e in Europa League in qualità di centrocampista, e però invitato da Yakin a trovare l’oro sulla tre-quarti. Il tutto alla stessa età di Romano, d’accordo, ma con nelle gambe due stagioni di altissimo livello.

Al netto delle chance sul breve termine e delle origini, ad ogni modo, la decisione di Alessandro Romano va soprattutto letta in chiave opportunistica. Inutile girarci attorno. Inutile indignarsi. Per quanto, di recente, collezionista di drammi sportivi, e staccata dalla Svizzera sul piano dei risultati, la nazionale italiana rimane più appetibile. Non ci riferiamo unicamente al prestigio della maglia, ma anche alla vendibilità dello stesso Romano. Tradotto: il calciatore cresciuto nel vivaio del Winterthur sa benissimo che qualora dovesse esordire e fare bella figura in azzurro, il valore del suo cartellino – salario compreso – prenderà l’ascensore. Eventualità che avrebbe richiesto decisamente più tempo continuando a difendere i colori rossocrociati. E si badi bene: se il passato di Boteli avesse fatto rima, toh, con Portogallo o Francia, e non con Repubblica Democratica del Congo, siamo convinti che il ragionamento del diretto interessato sarebbe stato meno patriottico.

Poco male. Teniamoci strette la scelta dell’attaccante del Sion e l’imminente chiamata di Yakin. Già, perché se il futuro del centrocampo elvetico, al momento, non desta preoccupazioni, lo stesso non si può affermare dell’attacco. Con Breel Embolo passato ai ritmi lenti della MLS, e in assenza di valide alternative, l’avvento di Boteli assume i contorni dell’urgenza o quasi. Alla Svizzera faranno parecchio comodo fame e gol, mentre regia e lettura del gioco – al momento – restano in buone mani. Siamo per contro curiosi di scoprire a quale copione per Alessandro Romano stanno lavorando Roberto Mancini e la FIGC.

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