Una sberla in pieno volto: speriamo sia salutare

Georges Bregy e Alex Frei, evidentemente, intendevano altro. «Alla fine, conta rimanere impressi nella memoria della gente» le parole e l’auspicio riservati al CdT dai due piccoli, grandi eroi della nostra storia Mondiale. Il primo, sabato, era presente alla San Francisco Bay Arena e come tanti tifosi rossocrociati dev’essere rimasto sgomento di fronte all’esito del match fra Svizzera e Qatar. Un debutto e un epilogo memorabili, per l’appunto, ma ahinoi in senso negativo. E in un grande torneo non accadeva da una vita.
Il castello di buone intenzioni degli elvetici è crollato dopo 45 minuti tanto arrembanti, quanto approssimativi sul piano realizzativo. Nella ripresa, invece, il caldo asfissiante di Santa Clara ha fatto sì che addosso alla Nazionale rimanesse appiccicato solo il secondo aggettivo. E limitarsi al compitino, senza mordente e con poca lucidità, ha reso inevitabile il disastro. A proposito di scarsa brillantezza: che la lettura della sfida e la ponderazione dei cambi di Murat Yakin abbiano costituito una zavorra non è solo una sensazione. È una certezza. E le dichiarazioni di Granit Xhaka a margine dell’incontro, al solito pungenti, al solito allergiche all’autocritica, sono sia suggerimento, sia sentenza. Già, poiché puntare il dito contro i giocatori subentrati – Manzambi in primis – e sulla loro indisciplina, in fondo, equivale a strattonare il ct. Equivale, né più, né meno, a un «hai visto che cosa hai combinato?».
Yakin, è doveroso evidenziarlo, non era in campo. Non può essere colpevolizzato per l’imperizia delle sue pedine offensive. E, forse, a sua volta avrebbe voluto e dovuto strattonare il suo leader, spento e incapace di fornire i necessari impulsi alla manovra. A volte, però, partite del genere capitano. Il Duah di turno non segna alla prima chance. Le mosse a sorpresa non funzionano dall’inizio alla fine. E se la palla non ne vuole sapere di entrare, beh, si tratta di blindare l’essenziale: i 3 punti. È accaduto l’esatto contrario, per altro con la pugnalata del Qatar giunta in modo tutto fuorché inaspettato. L’allenatore, d’altronde, si era privato di esperienza ed equilibrio (Aebischer, Freuler e Rodriguez), sorvolando su una delle sostituzioni forse più logiche: Widmer per Zakaria, che il suo lo aveva fatto, ma che una volta chiamato a coprire l’anarchico Manzambi ha iniziato a balbettare. Quanto basta, e le telecamere sono state impietose, per perdere il consueto aplomb e scagliarsi contro una bottiglietta d’acqua.
Ora: niente panico. Per quanto retorico e sbandierato da diversi elementi rossocrociati, l’assunto per cui è meglio ricevere subito un bello sberlone non risulta fuori luogo. Con tanti saluti alla modalità chill and relax di Gianni Infantino. Dietro l’angolo si staglia l’insidioso incrocio con la Bosnia, un altro avversario inferiore e però maestro – l’Italia ne sa qualcosa – nell’alimentarsi di paure e dubbi altrui. E chi ha tutto da perdere, giovedì a Los Angeles, è ovviamente la Svizzera. Per un po’, dunque, meglio riporre slogan e ambizioni altisonanti nei lussuosi armadi del Fairmont Grand Del Mar de La Jolla. Ciascuno si assuma le proprie responsabilità e, nel caso di ct e capitano, si proceda all’ennesima ricucitura. Ah, e che nessuno ci venga a dire che anche l’Argentina, quattro anni fa, si fece sorprendere al debutto dall’Arabia Saudita.



