Dallo schiaffo di Berna alla risposta di squadra

La crescita dello 0,2% su un budget cantonale di oltre 4 miliardi e mezzo non avrebbe fatto la differenza. È evidente. Ma quei 9 milioni non erano una semplice cifra: indicavano una direzione, un’intenzione e una dimostrazione d’attenzione. La mancata modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria da parte del Consiglio federale rappresenta una doccia fredda per le ticinesi e i ticinesi e un segnale preoccupante per la coesione nazionale. È una decisione che non ho esitato a definire un vero e proprio schiaffo. Al di là delle diatribe politiche è difficile da comprendere e ancor più da accettare. Come sappiamo, le rivendicazioni del Ticino andavano ben oltre. La soluzione posta in consultazione rappresentava solo un primo passo concreto nella giusta direzione. Un compromesso che il Ticino era disposto ad accettare per smuovere le acque e avanzare verso un sistema più equo, capace di tenere conto delle specificità del nostro territorio. E questo fin da subito, a partire dal 2027.
Si è scelto di rinviare una decisione attesa e condivisa da una solida maggioranza di Cantoni. Le richieste ticinesi non nascono da pulsioni vittimistiche ma sono supportate da analisi puntuali. Lo studio commissionato alla Scuola universitaria professionale di Lucerna pubblicato nel 2025 conferma i limiti del sistema attuale e si pronuncia a favore di un cambiamento, con particolare riferimento ai redditi dei frontalieri. Uno studio peraltro voluto dal gruppo di esperti dell’Amministrazione federale delle finanze, i cui risultati sono stati palesemente ignorati. Evidenze che mettono in luce criticità sistemiche, in particolare per i Cantoni con un’elevata presenza di lavoratori frontalieri e una forte incidenza di salari medio-bassi. Il nodo resta dunque invariato: l’attuale sistema presenta elementi di iniquità evidenti e il confronto intercantonale rimane difficile da giustificare. Basti pensare che il Canton Friburgo, comparabile al Ticino per popolazione e struttura geografica, percepisce un importo quasi sei volte superiore al nostro. La decisione del Consiglio federale si inserisce inoltre in un quadro di equilibri politici complessi, nei quali si fatica ancora a comprendere le specificità del Ticino.
Il parere del Canton Ginevra, l’unico con un’importante presenza di frontalieri che sarebbe stato leggermente penalizzato da questa modifica, ha infatti avuto un peso determinante. E questo non lo ritengo tollerabile. È da qui che occorre ripartire: rafforzando il lavoro di squadra tra Consiglio di Stato, Deputazione ticinese alle Camere federali e rappresentanza in Consiglio federale, per perseguire la vera tutela degli interessi del Ticino. Siamo un Cantone attrattivo e dinamico, come confermano indicatori economici e accademici nazionali e anche i recenti dati turistici registrati nel periodo pasquale. Ma questo non basta. Occorre continuare a spiegare con chiarezza le dinamiche strutturali (geografiche, linguistiche e socioeconomiche) che ci caratterizzano, affinché siano comprese e considerate anche a livello federale. E se occorrerà di tanto in tanto picchiare i pugni sul tavolo, dovremo essere pronti a farlo insieme, giocando tutti per la stessa squadra: il Ticino.



