A Lugano la sicurezza non diventi uno slogan

A furia di ripeterla, anche una verità può trasformarsi in un alibi. «Lugano è una città sicura» può essere corretto nelle statistiche e nelle classifiche, ma non basta a descrivere ciò che accade sulle strade, davanti ai locali, alla pensilina e nei quartieri quando scende la sera. Una città non si vive dentro un rapporto annuale. Si vive tornando a casa, chiudendo un negozio, aspettando un autobus, attraversando una piazza. E quando la cronaca restituisce con troppa frequenza l’immagine di liti, minacce, coltelli e aggressioni, chi governa non può limitarsi a ripetere la frase più rassicurante. La cronaca non mente: prima gli assembramenti; poi le liti; poi le segnalazioni; poi l’arma bianca. È proprio così che una situazione si deteriora: non in un giorno, ma attraverso episodi che vengono isolati, ridimensionati e infine normalizzati. Se la politica arriva sempre in ritardo non sta governando. Sta contando i danni. Ammesso che li percepisca davvero. E sia chiaro: Lugano non è il Bronx. Sarebbe sciocco usare un paragone del genere per vendere paura. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile aspettare che la città gli assomigli davvero, almeno nelle ore notturne, prima di reagire. La domanda è semplice e riguarda tutti: vogliamo avere paura di camminare a Lugano la sera o la notte, rientrando da o verso il nostro domicilio? Vogliamo imparare a cambiare strada, ad accelerare il passo, a evitare una piazza, perché non sappiamo chi potremmo incontrare? E purtroppo non è una domanda teorica.
Continuare a dire e ripetere come un mantra che Lugano è «città sicura», che sono fatti che avvengono in ambienti particolari, nei quali probabilmente alberga un sottobosco di malaffare e droga, con persone borderline come avviene in tante grandi città, è di una banalità e di una faciloneria disarmanti. Non perché il contesto non conti. Conta. Ma proprio il contesto dovrebbe spingere a intervenire, non offrire una comoda scusa per non fare nulla. Dire che certi episodi maturano in ambienti particolari non li rende meno gravi. Dire che esistono anche altrove non li rende accettabili qui. La minimizzazione dei «casi singoli» è il miglior viatico perché diventino una moltitudine «normale». Un coltello in tasca non è un dettaglio folkloristico. L’aggressione a un agente di polizia non è una bravata. L’intimidazione rivolta ai cittadini da parte di singoli, bande o gruppi che, in forme e gradi diversi, occupano pezzi di spazio pubblico non può essere giustificata come semplice esuberanza giovanile. Sono segnali di degrado e di crescita della violenza. Di fronte a questa deriva serve il metodo della tolleranza zero. Non la legge del taglione, non ronde private, non una Polizia senza regole. Tolleranza zero vuol dire che le regole esistono, si conoscono e vengono applicate. Vuol dire presenza nei punti critici, controlli veri, collaborazione tra Polizia comunale e cantonale, contrasto allo spaccio, attenzione a ciò che accade attorno ai locali e alle occasioni della vita notturna. E intervento deciso contro chi non rispetta le regole e contribuisce a creare un humus nel quale alcol, droga, malamovida, intimidazione e violenza finiscono per alimentarsi a vicenda. Chi è in una condizione di disagio va aiutato. Ma il disagio sociale non può diventare una formula magica capace di cancellare le responsabilità. E nemmeno la deriva migratoria può essere utilizzata come una spiegazione universale o come una scusa politica.
Non si giudicano origini o passaporti: si giudicano i fatti, deviazioni e reati che avvengono qui, a Lugano, Canton Ticino, Svizzera. La persona fragile va presa a carico e chi delinque va fermato. Tenere insieme cura e fermezza non è disumano. È il minimo che uno Stato serio deve saper fare. Politica e Stato, se ci siete, battete un colpo. Mostratevi all’altezza dell’aspettativa dei cittadini onesti che pagano le tasse. Il Comune non può indicare sempre il Cantone, il Cantone la Magistratura, la Magistratura i limiti della legge. E la sicurezza non è un pacco da consegnare all’ufficio amministrativo vicino o a un singolo municipale. È una responsabilità politica, amministrativa, giudiziaria e morale. E non è neppure questione di bandiera. Non è una gara tra Lega, sinistra, destra e centro. È il dovere principale dello Stato, il messaggio che deve arrivare a tutti: «Da noi questo non è accettato come normalità». Ma per dirlo e farlo rispettare serve una classe politica cosciente, dura nei fatti e non soltanto una conduzione che si scopre leghista (o paraleghista) a parole nel momento del bisogno: quello delle elezioni. La preoccupazione e l’indignazione, se restano sterili, non proteggono e non difendono nessuno. Anzi, l’impotenza e il considerare tutto una sostanziale normalità sono ciò che più ci preoccupa. Da cittadini. Ci rifiutiamo di considerare Lugano come una città perduta. Ha bisogno di essere difesa prima che la paura diventi abitudine. Politica e Stato battano un colpo, dunque. Non con l’ennesima dichiarazione di preoccupazione, ma con una risposta visibile. Perché Lugano resterà una città sicura soltanto se saprà dimostrarlo nei fatti.



