Aiuti fiscali che sembrano dazi italiani sulla Svizzera

La legge di bilancio italiana per il 2026 introduce un elemento che va ben oltre una legittima politica di sostegno all’industria: tra le varie misure di incentivo fiscale spiccano infatti i superammortamenti (fino al 280%) per gli investimenti in macchinari e attrezzature industriali. Il beneficio, allo stato attuale, sarebbe però limitato ai beni fabbricati nell’Unione europea (UE) o nello Spazio economico europeo (SEE), escludendo quindi la Svizzera. Una scelta che, se confermata nel regolamento attuativo atteso nei prossimi giorni, avrebbe un impatto diretto sugli equilibri concorrenziali tra le imprese europee e quelle svizzere.
Il meccanismo è semplice: non si tratta di un dazio, né di una restrizione formale all’importazione. I macchinari svizzeri possono continuare a entrare sul mercato italiano. Ma il vantaggio fiscale concesso ai concorrenti UE/SEE altera il prezzo «effettivo» degli investimenti. Un’impresa italiana che acquista un macchinario prodotto nell’Unione europea può ottenere, nell’arco di alcuni anni, risparmi fiscali molto significativi – nell’ordine di centinaia di migliaia di euro per singoli investimenti. Lo stesso acquisto, se il macchinario è stato prodotto ed esportato dalla Svizzera, non avrebbe lo stesso trattamento. Si tratta chiaramente di una misura che, nell’attuale logica di scontro tra blocchi commerciali, mira a premiare l’industria italiana e, di conseguenza, quella europea.
Il risultato è una distorsione competitiva legata all’origine del prodotto. Non una barriera visibile, ma un incentivo selettivo che orienta le decisioni di acquisto. In termini economici, l’effetto può avvicinarsi a quello di una misura protezionistica indiretta. O, per dirla alla generale Roberto Vannacci, contribuisce a «relazioni abrasive» tra Svizzera e Italia, come insegna l’immane tragedia di Crans-Montana.
È qui che la questione smette di essere puramente fiscale e diventa giuridico-commerciale. L’Accordo di libero scambio tra Svizzera e Comunità economica europea del 1972 – oggi applicato nel quadro delle relazioni con l’Unione europea – non si limita all’abolizione dei dazi sui prodotti industriali. Il suo obiettivo è garantire che, una volta eliminati i diritti doganali, la concorrenza tra operatori svizzeri ed europei si svolga in condizioni eque. Per questo l’accordo contiene anche principi in materia di concorrenza e misure pubbliche che possano falsare gli scambi.
Un vantaggio fiscale selettivo, finanziato dallo Stato e riservato a prodotti fabbricati in una determinata area geografica, rientra precisamente nella categoria di interventi che possono incidere sugli scambi e alterare le condizioni di mercato. Non blocca il commercio, ma ne modifica le regole del gioco. In questo senso, la misura italiana tocca il cuore stesso della logica del libero scambio bilaterale: niente dazi, ma anche niente distorsioni strutturali che svuotino di significato l’accesso al mercato. Su questo la piazza finanziaria ticinese avrebbe molto da dire, visto che da anni chiede, invano, un accesso più liberale al mercato italiano.
La posta in gioco è rilevante. L’Italia è uno dei principali sbocchi per l’industria tecnologica svizzera, con esportazioni nell’ordine di miliardi di franchi l’anno. Un’esclusione sistematica dai regimi di incentivazione nazionali potrebbe tradursi in una perdita sensibile di quote di mercato, soprattutto in un contesto congiunturale già complesso.
Non a caso, l’associazione di categoria Swissmem ha coinvolto rapidamente la Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Lo strumento non è tanto il contenzioso giudiziario – l’Accordo del 1972 funziona su base intergovernativa – quanto il dialogo politico e tecnico nel quadro delle strutture congiunte Svizzera-UE. L’obiettivo è ottenere un trattamento equivalente a quello riservato ai Paesi SEE o, quantomeno, evitare che l’incentivo venga configurato in modo discriminatorio rispetto ai prodotti svizzeri.
La vicenda ha anche una dimensione sistemica. Se il principio di agevolazioni fiscali «riservate all’area UE/SEE» dovesse consolidarsi e diffondersi, il rischio sarebbe quello di una progressiva moltiplicazione di barriere indirette, difficili da qualificare come tali, ma capaci di erodere, pezzo dopo pezzo, l’effettività del libero scambio. Proprio ciò che gli accordi bilaterali tra Berna e Bruxelles miravano a prevenire.
Per questo il dossier italiano va oltre il singolo provvedimento: diventa un test sulla tenuta del quadro bilaterale e sulla capacità di conciliare politiche industriali nazionali con gli impegni assunti in materia di apertura dei mercati. In gioco non c’è solo un incentivo fiscale, ma la credibilità di un equilibrio costruito in oltre cinquant’anni di relazioni economiche tra Svizzera ed Europa.


