Christian Vitta, l'uscita sobria nell'era urlata

In un Ticino dove troppo spesso la politica assomiglia a una sala d’attesa con il cartello «torno subito» appeso da chi vive nel terrore di restare aggrappato all’esistente senza mai farsi spontaneamente da parte, la decisione di Christian Vitta di lasciare il seggio in Governo nell’aprile del prossimo anno, ha il pregio raro delle scelte sobrie e meditate. Non si ricandida. Punto. Senza melodramma, senza vittimismo, senza il repertorio del leader indispensabile che si sacrifica per il bene del popolo mentre in realtà tiene le mani ben avvinghiate al cadreghino. Dopo quattordici anni in Parlamento e dodici in Governo, dire basta non è una resa. È una misura del tempo. Ed è, soprattutto, una scelta saggia perché non costretta da botole o ghigliottine statutarie, ma solo dalla forza della ragione. Lo avrà sicuramente fatto per sé, anzitutto. Perché la politica di Governo consuma, logora, corrode. E se c’è un Dipartimento che non regala pacche sulle spalle, flash e brindisi, quello è proprio il Dipartimento finanze ed economia. Altro che inaugurazioni col sorriso stirato e forbici d’ordinanza. Altro che nastri da tagliare e rendering da sfogliare. Alle finanze ti arrivano i musi lunghi, i dossier indigesti, le pretese infinite e i soldi che non bastano mai. Ti arrivano cifre minacciose, conti con l’ossigeno rarefatto, richieste crescenti e margini sempre più stretti. Una lunga stagione di alta quota, con le finanze cantonali costrette a respirare male, e chi le guida chiamato ogni giorno a dire no, o almeno «non così», «non ora», «non senza copertura». Vita dura, insomma. Vita da Vitta. Eppure è proprio lì che si misura una figura politica. Non quando la giostra gira bene, non quando il vento è in poppa e tutti salgono sul ponte a rivendicare meriti. Ma quando bisogna metterci la faccia nel momento in cui fioccano le critiche, le certezze evaporano e Berna guarda il Ticino con quella miscela irritante di sufficienza, distrazione e, talvolta, incomprensione. Negli anni difficili, e in particolare nella fase drammatica del Covid, Christian Vitta è stato il volto istituzionale del Ticino che più ha incarnato il peso della funzione. Non solo con le parole, ma anche con il linguaggio del corpo, con quel registro misurato, composto, quasi chirurgico, che nei momenti di tempesta vale più di cento slogan. Poi certo, non tutto è stato brillante. Sarebbe ridicolo dipingerlo come un governante miracoloso precipitato in un Ticino ingovernabile per colpa altrui. Sull’economia si poteva fare di più, e forse anche meglio. Il tessuto imprenditoriale ticinese, stretto tra concorrenza, pressione fiscale, trasformazioni strutturali e fragilità storiche, avrebbe meritato in alcuni passaggi una leadership più marcata, più visionaria. In certe stagioni il timone è parso saldo ma non sempre abbastanza audace. Ma attenzione a non confondere i limiti di un uomo con quelli di un’epoca. Perché l’ultima legislatura, più che difficile, è stata sfiancante. Un Consiglio di Stato esperto, certo; scafato (sulla carta); ma anche consumato, logorato, a tratti poco lucido. Un Governo stanco. In questo quadro, la scelta di Vitta pesa ancora di più. Perché arriva mentre altri restano aggrappati alla poltrona con quella miscela di disperazione, ostentazione di forza e culto del potere che in politica produce un effetto grottesco: più mostrano i muscoli, più rivelano la paura di perdere il posto. Lui invece no. Lui lascia. E lascia senza strappare. Senza trasformare l’uscita in un regolamento di conti. Senza esasperare. Senza far pagare al partito, al Governo o al Cantone il prezzo di una permanenza di troppo. È un gesto politico, non solo personale. Aiuta il ricambio. Rilancia il PLR. Fa spazio a una nuova fase. E dà pure una mano al Ticino. Perché il ricambio non è un capriccio generazionale: è igiene democratica. È il modo con cui una comunità politica evita di specchiarsi sempre nelle stesse facce, nelle stesse formule, negli stessi automatismi. Vitta ha dato e ha ricevuto. Ha servito, ha contato, ha inciso, ha anche pagato. Ora cambia strada. Forse resterà in politica, forse guarderà a Berna, forse no. Questo si vedrà. E in fondo oggi è persino secondario. La notizia vera è un’altra: ha capito il momento. E capire il momento, in politica, è una virtù rarissima. C’è chi arriva troppo presto, chi troppo tardi, chi non se ne va mai e costringe gli altri a spiegargli che il tempo è finito. Vitta, invece, sceglie di uscire da uomo delle Istituzioni. Senza fracasso. Senza sceneggiate. Con quella sobrietà che magari non scalda i talk show, non fa impazzire i professionisti della rissa, ma distingue chi interpreta la politica come servizio da chi la vive come proprietà privata. Per questo merita applausi. Non quelli rumorosi e di circostanza, ma quelli più seri, più composti, più sinceri, che si tributano a chi lascia un incarico difficile senza recriminazioni e senza trascinarsi fino all’ultimo metro per inerzia o vanità. In tempi di cadreghini incollati alla pelle, di culopietrismo 3.0, non è solo una buona uscita. È quasi una lezione.




