Cinque dipartimenti e mille compartimenti

Ci sono idee che, quando riaffiorano, vengono subito archiviate con il solito sorrisetto ticinese: interessante, ma non è il momento. Eppure, il momento stavolta potrebbe essere davvero arrivato. Dopo la riforma del lago d’Orta del 1991, che ha disegnato l’assetto politico-amministrativo dei cinque Dipartimenti cantonali, è difficile continuare a far finta di niente. Quasi quarant’anni dopo, il Ticino è cambiato. È cambiata la società, è cambiata la macchina dello Stato, sono evoluti i dossier, i bisogni, le aspettative, la velocità con cui tutto viene osservato, giudicato, criticato. Non può non cambiare anche il modo in cui il Governo si organizza per governare. Occorre allora una diversa ripartizione delle competenze, indipendentemente da chi siede oggi sulle poltrone governative. E già qui conviene sgomberare il campo da un equivoco: non siamo nel terreno degli arrocchini, dei piccoli cabotaggi, delle astuzie da corridoio, dei traslochi di convenienza per andare e mettere il classico sassolino nella scarpa del collega. Se il ragionamento sarà serio, dovrà stare lontanissimo dal teatrino degli opportunismi di giornata. Perché una riforma dei Dipartimenti non è un gioco di società. È, semmai, una prova di maturità istituzionale. Del resto, è significativo che l’idea (almeno a parole) faccia breccia in quasi tutti i partiti.
Le premesse sono favorevoli. E proprio per questo il rischio è altissimo. Perché quando tutti sono d’accordo in linea di principio, spesso nessuno lo è più quando si passa alla pratica. È lì che comincia il romanzo delle buone intenzioni: tutti per la riforma, ma a patto che non tocchi il proprio orticello e la propria rendita di posizione. E invece il senso dell’operazione dovrebbe essere esattamente il contrario: rompere la logica degli orticelli. Il problema, oggi, non è soltanto che i Dipartimenti sono diventati troppo grandi. È che molte sfide pubbliche non rispettano più i confini amministrativi. La formazione ha a che fare con l’economia, certo, ma anche con la sanità, con la demografia, con la socialità, con l’integrazione. La mobilità tocca il territorio, l’ambiente, la sicurezza, lo sviluppo economico. La digitalizzazione attraversa tutto. La transizione demografica pure.
Ecco perché parlare di «dossier trasversali» non è un vezzo lessicale: è il cuore del problema. Il modello del 1991, per l’epoca, fu coraggioso. Un Governo appena eletto andò in ritiro per due giorni sul lago d’Orta, lontano dai riflettori, e tornò con una decisione netta: da dieci a cinque Dipartimenti. Una riforma pensata tra poche teste, in un tempo in cui la comunicazione viaggiava con passo da tartaruga, senza social, senza dirette permanenti, senza commentifici digitali sempre pronti a trasformare ogni riflessione in rissa. Le persone, banalmente, si guardavano ancora in faccia. Nello stesso tempo fu però agevolata da una realtà contabile: se hai dieci e punti a cinque, significa che ogni testa prende (aritmeticamente) due. Oggi non si può immaginare un processo inverso, sarebbe come tentare di rimettere il dentifricio nel tubetto. Ma non è un buon motivo per rinunciare. Anzi. È un motivo in più per prepararla bene. Non potrà farlo compiutamente il Governo in carica, che ha una data di scadenza politica tra meno di un anno. Sarebbe sbagliato e poco credibile immaginare che un Esecutivo alla fine del ciclo si metta a riscrivere in profondità l’architettura interna. Il compito spetterà a chi sarà eletto o rieletto per la prossima legislatura. E andrà affrontato subito, nei primi mesi, prima che il peso dell’abitudine, delle convenienze e delle urgenze quotidiane rimetta tutto nel congelatore. Attenzione, però: riformare non significa necessariamente moltiplicare, ad esempio il numero dei consiglieri di Stato.
La prima domanda è politica e organizzativa: quali competenze devono stare assieme? Quali invece vanno separate? Dove si annidano doppioni, colli di bottiglia, sovrapposizioni o zone grigie? Forse la parola decisiva è proprio «metodo». Se la riforma diventa il «toto-competenze», è finita prima di iniziare. Se si trasforma nel risiko dei partiti, nascerà già vecchia. Se invece sarà un esercizio serio, affidato anche a sguardi indipendenti capaci di leggere la macchina dello Stato senza paraocchi ideologici, allora il dibattito potrà produrre qualcosa di utile. Non un maquillage, ma una vera manutenzione profonda della governabilità. In fondo, il punto più interessante è anche il più semplice. Cambiare assetto significa ammettere che il celebre «si è sempre fatto così» non è una prova di saggezza, ma spesso soltanto un alibi dell’inerzia. Immancabilmente in salsa ticinese.



