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L'editoriale

Crans-Montana, Roma critica ma non agisce

La richiesta per una squadra investigativa comune non è mai stata formalizzata – Per ora, l’assordante ritardo dell’Italia dice qualcosa sulla vera natura dei diverbi diplomatici, politici e mediatici
Paride Pelli
04.02.2026 06:00

La notizia che offriamo oggi ai nostri lettori è l’occasione giusta per una rilettura complessiva dell’ondata di polemiche che si sono scatenate fra Italia e Svizzera a seguito della tragedia di Crans-Montana. Nella sostanza: il Dipartimento federale di giustizia ha confermato ieri al Corriere del Ticino che il Governo di Giorgia Meloni non ha ancora richiesto ufficialmente la costituzione di una squadra investigativa comune per appurare le responsabilità del disastro di Capodanno, dopo averla pretesa, però, con toni molto duri e per giorni interi su tutti i media della vicina Penisola. E dopo aver addirittura ritirato, per aumentare la pressione diplomatica sul nostro Paese, l’ambasciatore italiano a Berna, a tutt’oggi non ancora rientrato nella sua sede operativa.

Non si tratta, ça va sans dire, di un clamoroso passo indietro di Roma, che sostiene al contrario di aver inoltrato la richiesta lo scorso 30 gennaio. Probabilmente ci sono tempi tecnici che la burocrazia italiana deve affrontare, poiché non si tratta di spedire una semplice e-mail. Siamo certi che tale richiesta verrà accolta a breve e che le indagini, con l’apporto dei nuovi investigatori, procederanno più veloci e precise, nonché sorvegliate a vista dai media dei due Paesi. No, non stiamo facendo nessuna ironia. In una tragedia come quella di Crans-Montana, ogni aiuto che sia realmente intenzionato a rintracciare elementi di verità utili per un giudizio finale può essere solo bene accolto. Un giorno, si spera non troppo lontano, la squadra investigativa comune svizzero-italiana riceverà i ringraziamenti congiunti da Berna e da Roma per il lavoro svolto. Sarebbe una conclusione auspicabile. Tuttavia, per ora, l’assordante ritardo dell’Italia dice qualcosa sulla vera natura dei diverbi diplomatici, politici e mediatici che, per tutto il mese di gennaio, hanno toccato cime abissali.

Ne abbiamo potute ascoltare di tutti i colori, compreso accuse di voler insabbiare le indagini per difendere la reputazione della Confederazione: si tratta di insinuazioni offensive contando che, con la morte pochi giorni fa di un 18.enne ricoverato all’ospedale di Zurigo, i morti svizzeri sono saliti a 23 su 41. Ma passiamo oltre. Non è più un segreto che molte tensioni provocate dall’Italia abbiano motivazioni legate alla politica interna, al referendum sulla giustizia, all’avvio delle Olimpiadi di Milano-Cortina, e in generale alla competizione economica e culturale in alcuni settori. In questo clima politico si innesta purtroppo la comprensibile richiesta per una squadra investigativa comune.

Per ora, la domanda giace su qualche scrivania. Quando effettivamente la riceveremo, capiremo dalla data di spedizione e dall’accompagnamento che gli verrà riservato sui media italiani se sarà l’ennesimo strumento di propaganda politica (a marzo si voterà il referendum sulla riforma della magistratura) oppure se sarà un gesto serio ed empatico di umana collaborazione davanti a un disastro che ha colpito, indelebilmente, tutti noi.

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