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L'editoriale

Dalla Francia il monito del Papa della pace

Il pontificato di Robert Prevost fa perno su un verbo chiave: «Disarmare». Non soltanto gli arsenali ma ogni contrasto, sia esso militare, economico o cognitivo
Dario Campione
29.09.2026 06:00

Ai «farisei ipocriti» che ne tramavano la morte e volevano coglierlo in fallo chiedendogli se fosse giusto pagare i tributi a Roma, Gesù rispose: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». L’esortazione di Cristo a tenere separate la religione e la politica è uno dei passaggi chiave dei tre vangeli sinottici. Un’esortazione che la Chiesa universale ha fatto propria soprattutto negli ultimi decenni. E che Leone XIV non si stanca di ripetere. Robert Prevost è un monaco agostiniano. Seguendo l’insegnamento del santo di Ippona, osserva e interpreta gli eventi e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna e caratterizzata dall’amore incondizionato del Padre (l’Amor Dei); e la città terrena, che oggi facilmente comprende «tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali».

La Chiesa di Leone XIV vive nella città terrena ma agisce secondo le regole della città di Dio: non propone un programma politico, ma offre preziose riflessioni sulle questioni fondamentali che riguardano l’umanità. E il viaggio apostolico in Francia, durato quattro giorni e concluso ieri con l’esortazione all’Europa e la messa solenne nella cattedrale di Santo Stefano a Metz, ha confermato questa impostazione. Il pontefice non entra nel dibattito politico, non lascia spazio ad alcuna possibile strumentalizzazione. Ma non rinuncia al suo messaggio. Che ha caratteristiche forti. E talvolta anche inequivocabili.

Prendiamo le parole chiave dei primi due discorsi pronunciati all’arrivo a Parigi, venerdì scorso, prima all’Eliseo davanti alle istituzioni francesi e poi nella sede dell’UNESCO: «Dignità umana» e «Giusta laicità». Rispettare la dignità umana, ha detto Leone, significa garantire i diritti e le libertà fondamentali che derivano dalla natura umana, ma anche non farsi travolgere dal progresso tecnico, che oggi mostra «il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene». Il «Paradiso delle macchine» di cui parlava Georges Bernanos già nel 1946 è ingannevole. Sostituite macchine con algoritmi. E ben si comprende perché Prevost non potrà mai essere amato da uno come Donald Trump.

La «Giusta laicità», invece, non è azzeramento o esclusione della religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma «impegno affinché lo Stato e le istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le proprie forze al servizio del bene comune». Nel Paese che ha fatto della laicità una bandiera, il Papa non ha avuto il minimo tentennamento nel ricordare come «il cristiano coinvolto nella vita pubblica che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede non possa essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria. Infatti, la vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa».

La Chiesa post-conciliare ha avuto sei Papi, uno dei quali - Giovanni Paolo I - ha regnato soltanto 33 giorni, troppo pochi per lasciare una traccia pastorale significativa. Paolo VI è stato il primo a uscire dalle stanze del palazzo apostolico e a promuovere il messaggio ecumenico del Vaticano II in un mondo all’apice delle divisioni della Guerra fredda. Giovanni Paolo II è stato il Papa guerriero, un crociato contro il comunismo, il primo pontefice riconosciuto universalmente leader morale oltre che politico. La parabola di Benedetto XVI, il Papa teologo, è stata invece segnata dagli scandali sugli abusi sessuali del clero e dalla guerra intestina alla curia romana. Consapevole di non poter affrontare con le proprie forze il diluvio che si stava abbattendo sulla Chiesa, Ratzinger rinunciò al trono di Pietro aprendo la strada a Francesco, il Papa pastore, il gesuita che «venuto dalla fine del mondo» ha tentato di rimettere in moto un processo di evangelizzazione irradiando il Vangelo soprattutto nelle periferie del mondo e di restituire al cattolicesimo la dimensione più autentica della sua catechesi: la povertà.

Adesso è il momento di Robert Prevost, il cui pontificato fa perno su un verbo chiave: «Disarmare». Non soltanto gli arsenali. Ma ogni contrasto. Sia esso militare, economico o cognitivo. Il Papa della pace.