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L'editoriale

Dipendenze digitali, riflessioni sociali

In Ticino aprirà un consultorio per chi utilizza la tecnologia in modo disfunzionale - E l'UE prepara una nuova app per proteggere i minori - Ma il problema è più profondo
Paolo Galli
21.04.2026 06:00

In Ticino aprirà presto, presso l’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale, uno sportello dedicato alle dipendenze digitali. «Fungerà da luogo franco per tutti quegli aspetti psicopatologici che si legano a un uso disfunzionale della tecnologia», ha avuto modo di spiegare martedì scorso Daniele Intraina, direttore dell’OSC. Tali dipendenze non rappresentano più una vera e propria novità. Già secondo i dati dell’indagine sulla salute in Svizzera del 2022, infatti, il 6,8 per cento della popolazione a partire dai 15 anni, ossia poco meno di mezzo milione di persone, presentava un comportamento online simile alla dipendenza. Un dato in crescita dell’80% rispetto allo studio precedente, risalente a cinque anni prima. La tendenza è chiara ed è universale, ancor più preoccupante quando si osservano le giovani generazioni.

Ma affrontare questi dati, sulla dipendenza patologica crescente dal digitale, equivale a un esercizio di autoanalisi fine a sé stesso se non si collegano a una disamina di come le piattaforme costruiscano il loro successo proprio su questi aspetti, ovvero sulla nostra predisposizione a un uso disfunzionale del prodotto. Le recenti sentenze pronunciate in New Mexico e in California suggeriscono di puntare l’indice soprattutto sulle piattaforme, capovolgendo il paradigma dell’autocolpevolezza. Della serie: è vero, usiamo troppo il telefonino, i social, l’intelligenza artificiale, ma dall’altra parte ci sono colossi che, di fatto, lavorano proprio per tenere viva la nostra stessa accidia, la quale ci frena nel cercare al di fuori della tecnologia le soluzioni al nostro intrattenimento e al nostro apprendimento. Le Big Tech ci trovano, quindi, impreparati e vulnerabili. La sentenza in New Mexico ha ritenuto Meta responsabile di aver violato la legge statale, non proteggendo gli utenti delle sue app dai pedofili. Quella di Los Angeles ha ottenuto grande eco, anche perché ha stabilito - in estrema sintesi - che la stessa Meta e Google hanno danneggiato una giovane utente, creando dipendenza e, in seconda battuta, depressione. E lo avrebbero fatto attraverso le rispettive estetiche e le opportunità infinite generate dagli algoritmi. Insomma, una vera e propria ragnatela, nella quale la giovane è rimasta intrappolata.

Qualcuno ha paragonato questi casi a quelli del secolo scorso contro le grandi industrie del tabacco. Ma la sensazione è che, in questo caso, ci sia in ballo persino qualcosa di più che non la nostra salute. Il discorso da fare è sul futuro della società tutta. Qualcosa si muove, in reazione, nei singoli Stati americani. E qualcos’altro si muove in Europa. Giusto la scorsa settimana, Ursula von der Leyen ha infatti presentato la nuova app per proteggere i minori nelle loro attività online. Non si tratta di un divieto di utilizzo come quello imposto, in Australia, ai giovanissimi, ma una forma di approccio controllato alla materia. Liberarsi dalla ragnatela, anche sfruttando questi nuovi strumenti, oltre agli stessi divieti, non sarà comunque scontato. Un po’ per l’abilità dei produttori e dei distributori di piattaforme, un po’ per la nostra tendenza a cadere nelle dipendenze.

Questa sorta di circolo vizioso, che ha favorito tali dinamiche, dice molto della società del presente, dei suoi vizi e dei suoi ritmi, della fragilità dei rapporti sociali, tra singoli e tra gruppi, all’interno e all’esterno delle varie comunità. L’assenza di una vita di quartiere, persino di condominio, di campetto o di cortile (pensando ai più giovani), si riflette nella fuga individuale all’interno delle reti sociali e digitali. La tendenza alle dipendenze, in questo caso proprio digitali, andrebbe affrontata non solo attraverso la pur necessaria apertura di un consultorio e con nuove regole d’uso, bensì con una riflessione sociale a tutto tondo. Negando questa riflessione sul lungo periodo, ci limitiamo a esercizi di pura cosmesi, buoni (buoni sì, certo) soltanto nel presente.