L'editoriale

È il prezzo per non dipendere dai politici

Gli utili e le perdite, per le banche centrali, sono semplicemente gli effetti collaterali delle attività che svolgono per assolvere al loro mandato principale che è la stabilità dei prezzi
Generoso Chiaradonna
10.01.2023 06:00

Gli utili e le perdite, per le banche centrali, sono semplicemente gli effetti collaterali delle attività che svolgono per assolvere al loro mandato principale che è la stabilità dei prezzi. La distribuzione di dividendi non rientra – o almeno non dovrebbe rientrare – nella logica di un banchiere centrale. E questo vale anche per la Banca nazionale svizzera (BNS) nonostante l’equivoco - più che altro politico - dalle regole sulla ripartizione dell’utile inserite della legge che regge la BNS e ribadite dall’ultima Convenzione tra lo stesso istituto di emissione e i Cantoni per il periodo 2020-2025. Regole – come ricorda lo stesso presidente della direzione generale Thomas Jordan - che erano state una delle questioni più controverse alla vigilia della fondazione della BNS più di un secolo fa e motivo di attrito tra i diversi livelli decisionali caratteristici del federalismo elvetico. Per prima cosa fu stabilito che il risultato d’esercizio va innanzitutto destinato alla costituzione del capitale proprio della banca; l’importo residuo, tolta una modesta remunerazione per gli azionisti privati (a fine 2021 il più importante con una partecipazione superiore al 5% è un imprenditore tedesco, tale Theo Siegert), spetta al settore pubblico e per almeno due terzi ai Cantoni.

All’epoca il diritto di emissione monetaria apparteneva alle banche cantonali. Per cedere questo «privilegio» alla allora neocostituita Banca nazionale svizzera i Cantoni volevano essere ricompensati. Per semplificare: la perdita del diritto a stampare moneta è stato sostituito con quello a una partecipazione sostanziosa agli utili che non è però automatico. Sia la Costituzione federale, sia la Legge sulla Bns sono chiare a questo proposito e prescrivono all’istituto di emissione, in quanto banca centrale indipendente, di condurre una politica monetaria nell’interesse generale del Paese e che garantisca, tenendo conto dell’evoluzione congiunturale, la stabilità dei prezzi. La priorità - indipendentemente dai risultati di esercizio - è data sempre al mandato di politica monetaria coerente con la situazione economica di quel determinato momento. Contingenze che per loro natura sono mutevoli nel tempo. Questo non vuol dire che i banchieri centrali siano esenti da errori.

Sappiamo che dal 2008 la BNS, al pari di altre istituzioni di emissione come la statunitense Fed e la BCE, ha attuato una politica monetaria fortemente espansiva per sostenere l’economia. E questo attraverso due vie: da una parte abbassando il costo del denaro portandolo addirittura in territorio negativo e dall’altra agendo sul tasso di cambio tra franco ed euro - svalutandolo – e venendo in aiuto al settore manifatturiero orientato all’export. L’obiettivo era quello di evitare il pericolo deflazione che allora era tangibile e percepito come grave. Da qui il forte acquisto di titoli (azioni e obbligazioni) in valuta estera che hanno alimentato il bilancio della BNS: a fronte della richiesta da parte del mercato, l’istituto di emissione ha messo a disposizione tutti i franchi che si desideravano.

 Una quindicina di anni dopo il pericolo è l’inflazione. Le politiche monetarie delle principali banche centrali si sono fatte vieppiù restrittive. Il rialzo dei tassi d’interesse è stato quasi simultaneo e ha coinvolto le principali istituzioni monetarie. La conseguenza principale di questa azione è stata la diminuzione del valore degli attivi espressi in euro e dollari sui mercati esteri che unita alla rivalutazione del franco ha portato a pesanti contraccolpi sul bilancio. La rivalutazione del franco è comunque un effetto ricercato perché è ritenuta salutare dalla BNS in quanto in grado di mitigare almeno l’inflazione importata attraverso i costi delle materie prime.

Lo stesso Jordan per dare un’idea delle implicazioni concrete della consistenza del bilancio - che per il 2021 era di quasi mille miliardi - fece due esempi. Primo, un apprezzamento dell’1% del franco nei confronti delle valute principali, a parità di condizioni, determinava immediatamente una perdita di 10 miliardi di franchi. Secondo, un’impennata del 5% dei mercati azionari comportava un utile di 10 miliardi di franchi. Pertanto, rialzi o ribassi anche esigui sui mercati finanziari e valutari possono provocare forti movimenti, in entrambe le direzioni, del risultato di esercizio.

Il 2022 non può certamente essere annoverato tra i migliori anni per i mercati finanziari e la rivalutazione del franco è un dato di fatto. Ecco quindi spiegata la forte perdita contabile che scontenta Confederazione e Cantoni perché vedranno i loro deficit un po’ più elevati, ma conferma l’indipendenza della Banca nazionale dai desideri – ancora più mutevoli della finanza - dei politici.