Giovani in fuga, sanità in affanno

Quando, a inizio mese, il Consiglio di Stato ha convocato d’urgenza la stampa per fare il punto sugli sviluppi del caso Zali, la presidente Marina Carobbio Guscetti ha citato due dossier che andrebbero affrontati in via prioritaria e che meriterebbero tutta l’attenzione del Governo: la sanità, con i costi in aumento (a fine mese verranno comunicati i premi di cassa malati del 2027), e i giovani, alle prese con un mercato del lavoro sempre più complicato. «La popolazione – ha detto – si attende delle risposte».
In effetti, la credibilità delle istituzioni passa anche dalla capacità politica di fornire soluzioni a temi che incidono direttamente sulla vita dei cittadini. Prendiamo il tema dei giovani. Il saldo migratorio dei 25-35.enni è impietoso. Ogni anno il Ticino perde circa 500 giovani che, per necessità o scelta, lasciano il nostro cantone per stabilirsi nel resto del Paese. Cinquecento.
Il numero è impressionante, a maggior ragione se si considera che il fenomeno è in costante aumento. A dirlo sono i dati di un recente studio dell’Ufficio cantonale di statistica che mostra come la dinamica migratoria sia ormai consolidata.
L’aspetto da tenere a mente, però, è un altro: se il saldo migratorio giovanile in Ticino è ancora positivo, lo è unicamente grazie all’arrivo dall’estero di una fascia di popolazione sostitutiva, proveniente soprattutto dalla vicina Italia. Più semplicemente: i residenti ticinesi partono e, al loro posto, arrivano giovani che intravedono nel nostro cantone un’opportunità professionale che nel loro Paese di origine non hanno trovato.
Ora, le domande che scaturiscono da questa fotografia sono tante e non riguardano soltanto i motivi che portano un determinato gruppo di giovani a lasciare il Ticino, né riguardano unicamente gli effetti sul mercato del lavoro di una sostituzione strutturale di residenti con giovani provenienti dall’estero. Limitandoci al semplice dato aritmetico, e tralasciando quelle domande che comunque meriterebbero un’analisi, la questione di fondo è sapere fino a che punto il Ticino può permettersi l’azzardo di affidarsi unicamente agli arrivi dall’estero. L’interrogativo che resta aperto è se l’equilibrio precario che ne consegue possa reggersi nel lungo periodo, o se il saldo giovanile, da positivo, rischi di invertirsi, con conseguenze pesanti sull’invecchiamento della popolazione, sul mercato del lavoro e sulla sostenibilità del sistema sociale cantonale.
Un’esperienza professionale o di formazione terziaria fuori dai confini non è solo legittima. Spesso si dimostra anche decisiva. Il problema, semmai, è il rientro. Oggi, solamente 5 ticinesi su 10, a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio universitario oltre San Gottardo, risiedono in Ticino. Il rapporto sale a 9 su 10 per chi ha studiato nel cantone. È su questo dato che la politica dovrebbe interrogarsi.
E qui arriviamo al secondo dossier evocato da Carobbio, ovvero i costi della sanità. Costi che si tradurrebbero in premi ancora maggiori senza l’apporto di quella fascia di popolazione giovane che, per definizione, necessita di meno cure. Sia chiaro: la popolazione anziana è solo una parte di un’equazione che vede il Ticino in cima alla lista dei cantoni con la spesa pro-capite più alta (+25%). In questo calcolo che annualmente vede le cifre salire, c’è soprattutto una concentrazione di offerta debordante, resa possibile non solo da un sistema che asseconda ogni appetito, ma anche dal malcostume di chi ne sfrutta le maglie. E si sa, l’appetito vien mangiando.
Giovani e sanità sono due dossier che meritano sicuramente una riflessione di lungo respiro e che spesso, come capita nelle questioni politiche di maggiore impatto, vanno a braccetto e finiscono per intrecciarsi. Anche su questi temi, dunque, valuteremo la credibilità delle istituzioni.



