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L'editoriale

Giro d'Italia, non facciamo sbiadire l'idilliaca cartolina

La scommessa è stata vinta e ora si tratta di non sprecare la visibilità internazionale
Alan Del Don
27.05.2026 06:00

Il colore rosa, a Bellinzona, sarà per sempre legato a dei ricordi bellissimi. Alla maglia dell’ACB nella magica cavalcata di Coppa Svizzera della stagione 2007-2008 conclusasi, purtroppo, con la sconfitta in finale contro il fortissimo Basilea. E, da ieri, anche alla tappa del Giro d’Italia che ha portato la carovana dalla capitale a Carì. Come in un climax ascendente in poesia, il ritmo incalzante della frazione vinta dal campione danese Jonas Vingegaard è coinciso con il battito cardiaco dei tifosi assiepati fin dalle prime ore del mattino a bordo strada in attesa del passaggio del gruppo. «Bada la gente» esclama in questi casi l’ex ciclista italiano Riccardo Magrini, uno dei commentatori televisivi più noti delle due ruote leggere. Sì, perché non c’è Giro senza pubblico. Non c’è ciclismo senza festa popolare. Un binomio inscindibile. E il Ticino lo sa benissimo. Un cantone che ha ospitato quattro campionati del mondo (due volte a Lugano, nel 1953 e nel 1996, ed altrettante a Mendrisio, nel 1971 e 2009) e numerose frazioni del Tour de Suisse ha riaccolto in pompa magna la corsa a tappe della vicina Penisola. Quella che era una scommessa si è trasformata in un grandissimo successo. La dolce follia del comitato organizzatore ha contagiato appassionati e curiosi. Vedere il sorriso stampato sul volto di un bambino quando, davanti al naso, sfreccia un atleta non ha prezzo. Così come è romanticamente stupenda l’immagine di quei nonni che hanno accompagnato sul mezzogiorno i nipoti, in piazza del Sole (di nome e di fatto, vista l’improvvisa canicola primaverile), per la «punzonatura» dei team.

Il ciclismo è lo sport della gente. È la metafora della libertà. Chi è arrivato dalla Danimarca, scoprendo Carì e la Leventina (non quella profonda cantata dagli Orelli, in cui «la sera odora d’erba», ma comunque una valle che fin dal Medioevo è stata via di transito fondamentale tra il Mediterraneo e l’Europa centrale), per sostenere il proprio idolo in maglia rosa, merita il massimo rispetto. Questa non è solo passione. È amore viscerale. È elevazione attraverso la bellezza, come suggeriva Platone. Lo splendore di uno sport e di una comunità trasversale senza distinzioni sociali, di provenienza e di età. Coesione ed aggregazione.

Dobbiamo ringraziare chi ha creduto nella sfida di (ri)portare il Giro alle nostre latitudini. Ci ha fatto vivere una giornata traboccante di emozioni. Indimenticabile. A testimonianza che quando si crede fortemente in un progetto si può riuscire a realizzarlo pure nel nostro fin troppe volte vituperato cantone. I ticinesi (e non solo) hanno risposto presente. Non ne avevamo dubbi. Ora si tratta di non sprecare i frutti di un lavoro iniziato quasi un lustro fa. Occorre veicolare ulteriormente il Sud delle Alpi quale territorio ideale per eventi sportivi. Non a caso Bellinzona, Biasca e Faido - per restare a tre Comuni toccati ieri dal percorso - stanno puntando molto su questo settore, ben consapevoli che ciò genera un ritorno economico, altresì, per l’albergheria e i commerci.

Non facciamo quindi sbiadire l’idilliaca cartolina del Ticino in rosa. E se poi dovesse esserci persino l’opportunità, chissà, di accogliere il Tour de France, ebbene stavolta non bisogna lasciarsela sfuggire. Nell’aprile 2023 il Consiglio di Stato mostrò il pollice verso in virtù dello stato ballerino delle finanze. La situazione, da questo punto di vista, non è migliorata. Anzi. Ma quei contatti portati avanti, tra gli altri, dall’ex ciclista e giornalista ticinese Antonio Ferretti, vanno ora riallacciati. Da parte degli organizzatori un «départ» nelle città (a suo tempo si parlava di Lugano, Locarno, Bellinzona e Mendrisio-Chiasso) era ed è tuttora visto di buon occhio. La Tremola è lì che aspetta, azzardiamo noi, se vogliamo metterci quel tocco in più di fascino e di storia. E nel 2033 saranno trascorsi 230 anni dall’Atto di mediazione napoleonico. Dalla Grande Boucle a le Petit Tessin? Viviamo di sogni. Uno in più non guasta. Non è ingordigia, ma consapevolezza dei propri mezzi. Il fatto è che servono fondi pubblici. È il Governo, quello che uscirà dalle urne fra undici mesi, che deve indossare i panni dell’astuto velocista. Preparare la volata. Ma altresì portare le borracce ai compagni, alla stregua di un gregario. Un obiettivo simile lo si raggiunge esclusivamente se si lavora fianco a fianco come una squadra, ognuno con un ruolo ben definito.

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