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L'editoriale

HCL e Ambrì, due destini opposti ma connessi

Il cuore matto dei playoff, la gelida paura dei playout – Da una parte il Lugano, con i suoi sogni, le sue speranze, dall'altra l'HCAP e la sua lotta per non retrocedere
Fernando Lavezzo
21.03.2026 06:00

Il cuore matto dei playoff, la gelida paura dei playout. Da una parte il Lugano, con i suoi sogni, le sue speranze e le vibrazioni positive dei giochi per il titolo. Dall’altra l’Ambrì Piotta e la sua lotta per non retrocedere, un fiume infernale in cui scorrono preoccupazioni e fastidi. Ieri il campionato di hockey è già entrato nella fase più calda della stagione con le prime serie «best of seven», ma per le due squadre ticinesi, l’ora della verità scocca questa sera. I bianconeri sono impegnati a Zurigo, nella tana dei duplici campioni in carica, per gara-1 dei quarti di finale. I leventinesi scendono in pista alla Gottardo Arena, contro l’Ajoie, nella prima partita per la salvezza. Due sfide dai significati molto diversi: il Lugano vuole vincere per continuare a giocare il più a lungo possibile; l’Ambrì Piotta vuole vincere per andare presto in vacanza, evitando l’eventuale spareggio con i campioni di Swiss League. Uno spareggio previsto soltanto se il titolo della cadetteria venisse vinto dal Visp o dallo Chaux-de-Fonds. Le altre due semifinaliste, Sierre e Olten, non hanno infatti l’ambizione di salire in National League. Stranezze di un hockey svizzero che, proprio in queste settimane, sta riflettendo sul suo futuro. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo alle squadre ticinesi. Due destini opposti, i loro, ma comunque connessi. Un anno fa, di questi tempi, l’HCL era infatti impantanato nelle stesse sabbie mobili in cui si stanno dimenando i biancoblù. Dopo un 2024-25 macchiato da errori e da orrori, sul ghiaccio e negli uffici, il club della Cornèr Arena ha saputo correggere il tiro, affidandosi alle persone giuste e fidandosi di loro: il general manager Janick Steinmann e l’allenatore Tomas Mitell. Scelti con la testa e non inseguendo infatuazioni passeggere. Quando la linea di comando è chiara, quando ognuno svolge il proprio ruolo, rispettando quelli degli altri, quando tutti agiscono e comunicano con coerenza, i risultati non sono garantiti, ma arrivano più facilmente. Magari non subito: la stagione del Lugano è iniziata con 7 sconfitte nelle prime 8 partite. Ma a questo giro, la società ha gestito la situazione con calma e pazienza, senza farsi prendere dal panico, evitando che quella precoce crisi di risultati si trasformasse in un nuovo terremoto.

Ad Ambrì, quest’anno, di terremoti se ne sono registrati fin troppi. È quasi inutile ricordarli tutti e in fondo basta confrontare il punto di partenza con quello di arrivo: a settembre il presidente era Filippo Lombardi, il direttore sportivo Paolo Duca, l’allenatore Luca Cereda. Ora, in quelle tre posizioni, ci sono Davide Mottis, Lars Weibel (già operativo, sebbene non ufficialmente) e Jussi Tapola. In mezzo ci sono stati un ds ad interim (Alessandro Benin, che ancora ci mette la faccia), un altro head coach (Eric Landry) e un grande vuoto gestionale. Un senso di improvvisazione che ha inevitabilmente contagiato anche lo spogliatoio, in cui i leader, o presunti tali, hanno ben presto gettato la spugna. Di solito, nei playout, si ha tutto da perdere. Ma l’Ambrì, dopo aver toccato il fondo, ha ora la possibilità di darsi una bella spinta verso l’alto. Verso il futuro. E di rilanciarsi, proprio come ha fatto il Lugano un anno fa. Il rinnovo di Tapola per le prossime tre stagioni e i primi movimenti sul mercato estero danno l’impressione che finalmente, nella stanza dei bottoni, si sia tornati a lavorare con un’idea in testa. Alcune approssimazioni restano imperdonabili (dopo la rottura con il topscorer DiDomenico, l’Ambrì è costretto a giocarsi la salvezza con cinque stranieri soltanto), ma si percepisce il desiderio di voltare pagina e ripartire su nuove basi. La serie con l’Ajoie non sarà facile, la squadra leventinese ha evidenti limiti strutturali, ma retrocedere, con la formula attuale, è quasi impossibile, considerando il divario tra il massimo campionato e la lega cadetta.

Dal canto suo, il Lugano ha tutto da vincere. Gli ZSC Lions sono i favoriti di questa grande «classica». A livello di organico, gli zurighesi sono più attrezzati in tutto: portieri, difensori, attaccanti, giocatori svizzeri, stranieri, rincalzi. I bianconeri, però, possono contare sulla serenità. Sulla consapevolezza di aver già fatto un enorme passo in avanti, chiudendo la regular season a ridosso dei campioni in carica e davanti al Losanna, finalista delle ultime due stagioni e ormai consolidata potenza economica dell’hockey svizzero. Alla Cornèr Arena, dopo un periodo buio, fatto di contestazioni vigorose, è tornato l’entusiasmo. La qualificazione diretta ai playoff mancava da 5 anni, il gruppo di Mitell è sano nello spirito e finalmente anche nel fisico, con l’infermeria svuotatasi appena in tempo. Chi spera in uno Zurigo appagato dai recenti trionfi, non si illuda: per cercare l’impresa, il Lugano dovrà rasentare la perfezione. Il gap è ancora grande, sebbene il mercato lasci pregustare un possibile riavvicinamento. Musica del futuro. Ora godiamoci questi playoff. Il più a lungo possibile. E questi playout. Il più brevemente possibile. 

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