L'editoriale

Il caso Fabio Fazio e il tempo che passa

Alcune discussioni nella vicina Italia ci forniscono uno spunto di riflessione sul servizio informativo pubblico e privato anche nella Confederazione
Paride Pelli
Paride Pelli
17.05.2023 06:00

Alcune discussioni nella vicina Italia ci forniscono uno spunto di riflessione sul servizio informativo pubblico e privato anche nella Confederazione. Ci riferiamo, ça va sans dire, al chiacchierato addio che il conduttore Fabio Fazio ha dato al terzo canale della tivù pubblica, dopo quarant’anni in RAI e ben venti del programma «Che tempo che fa», popolare anche in Ticino. Si tratta di una trasmissione che è entrata nella storia della televisione italiana, grazie alla sua «coda» comica di successo condotta da Luciana Littizzetto, agli ospiti di assoluto prestigio, agli editorialisti e ai commentatori tra i più arguti, ai musicisti di fama e al grande garbo con cui, per tanti anni, tutto questo è stato organizzato e condotto. Certo, Fazio ha sempre scelto ospiti vicini alla sua idea di mondo e di politica e ha sempre evitato puntate di rottura o di indole alternativa, ma ha portato introiti pubblicitari notevoli alle casse della RAI, nonostante gli elevati costi di produzione della trasmissione. È stato detto che quello di Fazio alla RAI è un addio da imputare all’attuale Governo italiano e alla pratica dello «spoil system», cioè l’esigenza di ogni Esecutivo di cambiare dirigenti e personaggi nel settore pubblico per meglio attuare il proprio programma politico e culturale. Sicuramente c’è del vero, ma va sottolineato come lo stesso Fazio abbia serenamente ammesso che «non tutti i protagonisti sono adatti a tutte le narrazioni» e tra le righe di questa dichiarazione si può percepire una certa fisiologica stanchezza. Il suo programma, al di là del Governo e di coloro che vogliono a tutti i costi buttarla in politica, aveva forse oltrepassato il punto in cui si dà il meglio e ci si rinnova, per stabilizzarsi in una posizione relativamente soddisfacente, ma anche, in certi casi, ripetitiva. Non che questo sia per forza un difetto, soprattutto se a premiarti sono il pubblico e la pubblicità. Purtroppo o per fortuna, il successo o meno di un media tradizionale o di un format televisivo oggi si misura solo su questi due parametri. Un altro programma longevo della tivù italiana, il Maurizio Costanzo Show, ha resistito in questo modo per decenni. Ma oggi, dopo la pandemia e con la guerra alle porte dell’Europa, il mondo ha ripreso a girare con una velocità eccezionale, in grado di consumare molte situazioni che in altri momenti avrebbero subito meno scossoni. Diciamoci la verità: fare informazione – e fare infotainment, visto che oggi informazione e intrattenimento non di rado vanno a braccetto – è sempre più difficile, nel pubblico come nel privato, per ragioni diverse.

Partiamo dalla constatazione che il servizio informativo pubblico ha spesso mezzi che il privato possiede solo in minima parte. In questo la Svizzera italiana non fa eccezione: e il rischio è di usare tali risorse per confezionare un’informazione che vada bene un po’ a tutti, visto che in molti Paesi occidentali si paga, sempre più controvoglia, il canone radiotelevisivo. La missione di garantire pluralità di opinioni si traduce nel non poter scontentare nessun schieramento politico: ma spesso il risultato non è quello auspicato, con partiti e movimenti che, nel caso del servizio della SSR, mugugnano da anni considerandola «di sinistra». Un altro pericolo, in termini di contenuti, è di usare i grandi mezzi a disposizione per confezionare una informazione «a strascico», che non trascuri nessuna notizia locale, nazionale e internazionale, anche le meno importanti. Tra i cosiddetti giganti, le piccole realtà private (che del canone raccolgono oggi una minima parte) cercano di barcamenarsi, con un’unica soluzione: diventare dei media meno generalisti e sempre più di opinione, concentrandosi giocoforza su temi quali il territorio e focalizzando l’attenzione sui contesti nei quali sono inseriti. Questo settore, di cui fa parte anche il Corriere del Ticino, deve spesso fare di necessità virtù, ma finisce col dare una informazione paradossalmente più efficace, perché - appunto - più selettiva.

Tornando in conclusione a Fabio Fazio, dopo la RAI approderà con un contratto quadriennale alla Warner Bros Discovery, terzo editore italiano per share, una multinazionale privata con enormi mezzi finanziari: la curiosità per quello che potrà fare, da grande professionista e con meno pressioni, è davvero tanta. Così come conoscere il nome di chi, eventualmente, lo sostituirà in RAI.