Il FC Lugano e l'ambizione a geometria variabile

«It’s the final countdown», cantano gli Europe. E, sì, ora che l’Europa torna, per davvero, a bussare alla porta del Ticino calcistico, c’è voglia di urlarlo a squarciagola. Per tanto, troppo tempo, d’altronde, le competizioni per club più prestigiose si sono tenute alla larga. Per demeriti sportivi, certo, ma soprattutto per carenze enormi sul piano infrastrutturale. Le odissee vissute dal FC Lugano – e dai suoi tifosi – lungo l’ultimo decennio hanno annacquato avventure inebrianti. Hanno annacquato la storia, anche. Prima dei bianconeri, tra l’altro, era toccato al Bellinzona conoscere l’esilio, disputando preliminari e primo turno della Coppa UEFA 2008-09 un po’ a Cornaredo, e fu a suo modo incredibile, un po’ al Sankt Jakob-Park di Basilea, teatro della partitissima contro il Galatasaray.
Del vecchio Cornaredo non restano che la polvere e i ricordi. Nessuno, tolti gli esponenti politici contrari alla realizzazione del PSE, ne rimpiange l’assenza. E a contribuire all’elaborazione euforica del lutto, per l’appunto, è anche l’imminente Conference League. Giovedì, nella fase principale del torneo e senza sostenitori di Belgrado al seguito, sarà la Stella Rossa a battezzare l’AIL Arena. Ed è già sicuro che l’affluenza del nuovo impianto cittadino supererà le 6.000 unità. Ancora, esatto. Le prestazioni fornite, a partire da fine luglio, dagli uomini di Mattia Croci-Torti stanno elettrizzando l’ambiente. La parola «titolo», oramai e nonostante una stagione acerba, non è più un tabù. Non tanto – o quantomeno non solo – alla luce dei risultati e della classifica plasmati in Super League, ma perché la forza di questo Lugano - nei singoli, nel collettivo e nella proposta di gioco - è inconfutabile. E se ciò non bastasse vi sono altresì le dichiarazioni dei protagonisti.
Prendete il Crus, sin qui condottiero senza macchia. Dopo aver cerchiato in rosso la vetta del campionato, definendola la «priorità» assoluta dell’annata 2026-27, sabato sera, a margine della lezione impartita al Lucerna, l’allenatore ticinese ha rilanciato il messaggio in modo paradossale. E cioè esaltando un giocatore assente per squalifica: Bislimi. «Uran è un uomo in missione» ha dichiarato Croci-Torti, suggerendo due scenari: da un lato l’addio del centrocampista, probabile e persino incontrovertibile, in considerazione di un contratto in scadenza a giugno e delle aspirazioni del diretto interessato; dall’altro l’eccezionalità della stagione in corso, segnata dal fattore stadio e dalla piena maturazione di elementi come l’ex Sciaffusa, Zanotti e Cimignani, risparmiati forse per un’ultima volta dal mercato e pronti a esaltare le pepite scovate dalla dirigenza: Moncada, Beckham Castro, Karimov o il «nuovo» Pihlström.
«We’re leaving ground. Will things ever be the same again?» s’interrogano sempre gli Europe. Il discorso vale sia osservando i bianconeri e quanto stanno volando alto, sia soppesando la variabile continentale. In che misura sarà destabilizzante, e in che misura appagante, il carico infrasettimanale? Dubbi e timori sono leciti, anche per una macchina che sembra inarrestabile e orfana di difetti. L’esigenza di far ruotare gli effettivi e di fare leva su un’ambizione a geometria variabile – per te in chiave titolo di campione svizzero, per te sfruttando la vetrina internazionale – intaccherà le cosiddette «dinamiche di gruppo». Gli umori, toh. E, una volta di più, dirigenza e staff tecnico dovranno dimostrare di aver fatto tesoro delle esperienze passate. In fondo, e basta ritornare all’autunno del 2024, oltretutto con una rosa inferiore, il Lugano sa che è possibile avere successo su tre fronti. Tradotto: a rivelarsi infine benedetta o maledetta, come avvenne due anni fa, sarà la primavera. L’Europa che torna a riabbracciare il Ticino calcistico, invece, va assaporata ora. Mancava da troppo tempo.



