Editoriale

Il mondo che cambia attraverso le parole

Secondo quanto emerge da un elaborato processo, nel 2022 a imporsi come «parola dell'anno» è stata «penuria»: con tutto il rispetto per gli scienziati, questa volta vogliamo dichiararci quantomeno scettici
Paride Pelli
Paride Pelli
01.12.2022 06:00

La parola scritta resta e resiste nel tempo, è la cartina di tornasole del presente e la fotografia di un’epoca. Giustamente anche gli scienziati vi dedicano attenzione, studio e risorse. Tra le ricerche più interessanti ce n’è una che viene svolta a tutte le latitudini e che identifica ed elegge la «parola dell’anno». Viene condotta anche nella Confederazione e da quattro anni, dopo tedesco e francese, è entrato a far parte del campo di ricerca anche l’italiano. Per individuare la parola magica si usa un procedimento scientifico: si parte dall’analisi della più grande banca di dati testuali in Svizzera, che comprende articoli di quotidiani, settimanali e portali online, oltre a comunicati stampa e post pubblicati sui più importanti blog di politica, economia e università. Da questo mare magnum i ricercatori della Scuola universitaria di scienze applicate di Zurigo estraggono la lista delle parole statisticamente più frequenti rispetto all’anno precedente. A tale lista si aggiungono proposte provenienti dal pubblico. Una giuria di esperti si riunisce infine per deliberare. Dopo questo elaborato processo, nel 2022 ad imporsi è stata «penuria», parola svizzera di quest’anno nella lingua di Dante. Con tutto il rispetto per gli scienziati, questa volta vogliamo dichiararci quantomeno scettici. In primis perché di tale parola non ne abbiamo mai fatto un uso veramente intensivo negli ultimi dodici mesi, e di sicuro non ne abbiamo mai abusato. In secondo luogo, perché siamo comunque in Svizzera, un Paese che pur nelle difficoltà globali legate all’invasione russa dell’Ucraina ha tenuto molto meglio di altri.

Relativamente al Ticino, «penuria» ci appare come un termine tra il demoralizzante e il paradossale, per tacer del fatto che, agli occhi di chi sta peggio di noi e sopravvive davvero senza riscaldamento e generi primari, potrebbe risultare perfino offensivo. Oltretutto, le ultime notizie sono già rassicuranti: l’approvvigionamento energetico dovrebbe essere garantito anche alle nostre latitudini, tanto che i più ottimisti si chiedono se abbia ancora senso una stringente politica di risparmi. Chiaro, viviamo un periodo - troppo lungo - di tensioni e preoccupazioni. Nel vortice degli eventi non è escluso che si possa concretizzare un rischio di penuria, ma per il momento più che una probabilità è una semplice ansia. Forse la penuria più tangibile è stata quella durante il lockdown del 2020, con i confini delle nazioni chiuse, con l’import-export a rilento e gli scaffali in certe occasioni almeno, desolatamente vuoti. Il vero brivido da «penuria», probabilmente, l’abbiamo avvertito in quel periodo ancor più cupo di oggi, quando non sapevamo se e quando sarebbe finita la pandemia.

Nessun dubbio che anche il presente resti difficile: in Ucraina molti morti innocenti e ben pochi spiragli di pace, qui da noi ricadute economiche negative. Ma il virus ha smesso di mordere, la società si muove, ogni giorno usciamo di casa per lavoro e per piacere. Prendiamo dunque atto dei risultati della ricerca ma guardiamo nel contempo la nostra realtà quotidiana. Forse, oggi, la parola più azzeccata per l’anno in corso sarebbe stata «aumento»: di costi, e anche di preoccupazione tra i cittadini. A darci spirito e a farci vedere il bicchiere mezzo pieno è comunque la terza posizione, dove gli studiosi alle spalle di «invasione» hanno collocato per il 2022 un fulgido e sonoro «coraggio». Il coraggio di osare, di provare a ripartire e di non farsi abbattere davanti a una concatenazione di disgraziati eventi che verrà ricordata in tutti i libri di Storia. Storia che, come sappiamo, è fatta anche di parole, e talvolta ne basta solo una per definire un’epoca. Basti pensare che nel 2013, nemmeno dieci anni fa, la parola a essere incoronata a livello internazionale fu «selfie». Eravamo più spensierati, sicuramente, e a «pandemia» e «certificato» - termini vincitori negli ultimi due anni in Svizzera - non pensavamo minimamente.