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L'editoriale

Iniziativa SSR, ha prevalso una visione culturale del Paese

Il quadro complessivo del voto di ieri, al di là delle polarizzazioni, fa emergere senza incertezze che a ogni prova del fuoco, fino ad oggi, la peculiare cultura pluralista della Svizzera ha dimostrato di essere ancora forte
Paride Pelli
09.03.2026 06:00

Ora per la RSI si apre un capitolo di ulteriore riflessione sul futuro e di revisione della propria struttura aziendale. L’esito del voto di ieri nel nostro cantone, infatti, se si va a leggere dentro i numeri, parla chiaro: il respingimento, non così netto, dell’iniziativa «200 franchi bastano!» non è l’apertura di una nuova linea di credito senza garanzie per la tivù pubblica né tantomeno l’avallo a perseguire più lentamente la declinazione locale di «En avant», il piano di riorganizzazione che la SSR ha studiato in vista di quando, alla fine di un percorso graduale, il canone sarà comunque sceso, inevitabilmente, a 300 franchi. In altre parole, per la nostra tivù pubblica lo scoglio più pericoloso (quello di ritrovarsi, per volontà popolare, con un canone di «soli» 200 franchi e con l’obbligo di applicare profondi tagli di spesa) è stato sì superato senza fare naufragio, ma il porto di arrivo resta ancora lontano. E specialmente i ticinesi hanno fatto sapere di voler sorvegliare a vista la futura navigazione.

Questo, almeno, ci comunica una lettura realistica dei dati scaturiti dalle urne. Valga per tutti l’esempio di Locarno, dove l’iniziativa è stata respinta soltanto per poche decine di voti. Nella città ticinese più progressista e culturalmente più vicina alla RSI, anche per via della grande macchina del Festival del cinema, il sì ha stentato a farsi valere. Un segnale eclatante, che a Comano non dovranno prendere sottogamba. In tutto il cantone si è potuto respirare, ieri, man mano che i risultati affluivano, la stessa atmosfera, e anche una certa polarizzazione. Ma alla fine, come si diceva, lo scoglio è stato superato, non senza tirare un sospiro di sollievo. Perché non era affatto scontato che andasse così. È stata una vera e propria rimonta - rispetto ai primi sondaggi che vedevano l’iniziativa godere di molto credito - condotta con perizia innanzitutto dalla stessa RSI e dalla CORSI, che negli ultimi mesi si sono spesi in eventi informativi di successo, come quando hanno aperto alla popolazione le porte dei propri studi radiotelevisivi, incassando tanta solidarietà. Un impegno che era quantomeno necessario in quel Ticino dove sono state raccolte ben 30 mila delle 120 mila firme che hanno dato il via all’iniziativa sulla drastica riduzione del canone. Segnale allarmante, che Comano ha saputo cogliere per tempo.

Su questa insoddisfazione latente e trasversale, infatti, ha tentato di far leva la tenace campagna dei promotori del sì, convinti che questa volta la vittoria fosse a portata di mano. Gli argomenti a loro favore erano molteplici: dai macro-cambiamenti nella fruizione dell’informazione al mero risparmio di un centinaio di franchi l’anno per economia domestica, per tacere dell’esenzione totale dal canone per le aziende, idea che potrebbe tornare a far discutere nei prossimi anni. Tutti temi che hanno avuto una certa presa. Il Ticino, fra i cantoni svizzeri, è infatti tra quelli che più si sono avvicinati alla vittoria del sì.

Ma, al di là delle analisi che si possono fare dopo la fine di una partita, in democrazia come nello sport conta il punteggio finale. La promessa di un canone a 200 franchi è stata infine respinta, sia in Ticino che a livello nazionale. Ha vinto, senza se e senza ma, una visione sociale e culturale positiva e ottimista della nostra Confederazione. Più precisamente, ha prevalso quella invincibile propensione alla coesione nazionale di cui la SSR si è sempre fatta garante fin dalla sua nascita. Il quadro complessivo del voto di ieri, al di là delle polarizzazioni, fa emergere senza incertezze che a ogni prova del fuoco, fino ad oggi, la peculiare cultura pluralista della Svizzera ha dimostrato di essere ancora forte, tanto da respingere ogni tentativo di netto ridimensionamento. Questo non vuol dire, ça va sans dire, che i tempi non siano parecchio difficili, sia per la RSI (su cui incombe comunque il taglio di un centinaio di posti di lavoro, nell’ambito appunto di «En avant») sia per quell’altro «servizio pubblico» di cui pochissimo o nulla si parla: quello dei media privati, costretti ad attraversare la stessa enorme crisi di un settore, quello dell’informazione, sempre più alle corde.

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