La leggenda che nasce dalla gloria e dal dolore

La gloria e il dramma. La bellezza degli ideali e la dissonanza della violenza. E poi, certo, la politica, un po’ complice, un po’ spettatrice interessata. Il primo weekend di Milano Cortina 2026 ha condensato le diverse sfaccettature dello sport moderno, fonte di emozioni individuali e collettive, di gesta destinate all’eternità, di personaggi virali (vero Snoop?), ma anche di strumentalizzazioni poco edificanti. La cerimonia d’apertura andata in scena a San Siro, per dire, ha creato stupore, in senso positivo, e al contempo imbarazzo, tremendo imbarazzo, in casa RAI. Mentre i disordini provocati dal corteo milanese contrario ai Giochi e alla presenza dell’ICE hanno oscurato in parte l’alba della competizione, con le sue imprese e le sue cadute.
La Svizzera festeggia per l’oro più prestigioso. Gli Stati Uniti, quasi, non osano farlo, indecisi se celebrare una nuova campionessa o rispettare il dolore della regina. Pensiamo un po’ a noi, per iniziare. E alla dimensione del risultato ottenuto da Franjo von Allmen, che va misurata anche sui campioni olimpici che lo hanno preceduto. In particolare i primi due, rispettivamente 23 e 25 anni al momento di mettersi al collo l’oro nella disciplina regina; entrambi, all’epoca, già campioni del mondo della specialità. Franjo, lui, a Bormio ha conosciuto l’immortalità a soli 24 anni, dodici mesi dopo aver conquistato la libera iridata di Saalbach. Insomma, un altro fenomeno. Un altro pezzo di storia. La nostra, appunto.
Il 7 febbraio, evidentemente, ci porta fortuna. Lo stesso giorno si consumò la consacrazione olimpica di Russi e di Feuz. Quest’ultimo, a Pechino 2022, aveva dieci anni in più del suo erede. Un erede, già, perché il metallo più prezioso è stato tramandato da un affabile bernese all’altro, da un protagonista della velocità a uno che vi assomiglia molto. Nell’ora della verità e della pressione più intensa, von Allmen, come Feuz, ha trasformato la pacatezza in un’arma preziosa. E, interpretazione della mitica Stelvio alla mano, lo stesso si può dire in riferimento alla massa corporea, fattore decisivo lungo un tracciato che – a differenza della Coppa del Mondo dicembrina – esigeva dagli atleti più ambiziosi la capacità di creare grande velocità. Di più, a proposito di chilometri orari, potenza e sensibilità sugli sci: con l’altoatesino Sepp Kuppelwieser, il neocampione olimpico ha beneficiato proprio dell’arte dell’ex serviceman di Feuz; una sorta di assicurazione sul successo, quanto il materiale condiviso dai due: Head.
Il capolavoro di Franjo ha così fatto la differenza, arginando le aspirazioni dei padroni di casa Franzoni e Paris, ma anche lasciando a mani vuote l’amico Marco Odermatt. Già, «Odi» – come 4 anni fa e a poche settimane dall’enorme smacco sulla Streif – ha visto le proprie, lecite ossessioni trasformarsi in lacrime e amarezza. Perché la discesa rimane la regina delle discipline e venire accostati a sua maestà Zurbriggen, polivalente per eccellenza, come pure alla sua eco eterna, è qualcosa che non ha solo a che fare con i sogni, ma con la bramosia. Odermatt era lo svizzero più atteso, e – anche per questa ragione, per spessore e ampiezza del talento – la sua grandezza può ancora essere misurata. Von Allmen, invece, aveva preparato il colpo grosso al debutto in un’Olimpiade. E il 7 febbraio, come altre leggende dello sci rossocrociato, non ha fallito.
Definire un fallimento quello di Lindsey Vonn sarebbe per contro ingeneroso. Ingiusto, anche. Semplicemente, avevamo deciso di affidarci, senza tentennamenti, a un’atleta che si voleva disumana. Era il racconto perfetto, l’icona convinta di poter ridefinire i limiti della leggenda, dopo averli già scossi in Coppa del Mondo, a 41 anni e con una protesi impiantata nel ginocchio. Sì, volevamo vedere l’americana salire sul gradino più alto del podio dei Giochi, offrendo alla Disney - che da mesi la sta seguendo - il più incredibile degli happy ending. E invece la docu-serie monetizzerà un finale struggente e doloroso. Il rovescio della medaglia. Uno scenario che andava cinicamente messo in conto, a fronte della completa rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro accusata poco più di una settimana fa. Il tremendo episodio che ha coinvolto Vonn ha fatto calare il sipario sulla discesa lungo l’Olympia delle Tofane, in anticipo sui verdetti sportivi - tra cui il flop delle ragazze elvetiche - e sul memorabile destino della connazionale Breezy Johnson. Milano Cortina 2026 ha impiegato un weekend per riempire d’orgoglio i cuori rossocrociati e lasciare senza parole chi non vuole smettere di credere nelle favole. O nella follia.






