L'editoriale

La mossa di Letizia Moratti e la sinistra

Le elezioni si vincono allargando alleanze anche a destra, non solo a sinistra – Altrimenti ci si condanna a una semplice, seppur legittima, testimonianza politica
Ferruccio De Bortoli
Ferruccio De Bortoli
18.11.2022 06:00

Cominciamo dagli acronimi. Lm sta per Lombardia Migliore. È la nuova formazione politica che comparirà probabilmente sulla scheda elettorale delle prossime elezioni per la più ricca Regione italiana. E sono anche le iniziali di Letizia Moratti che dopo la rottura con il centrodestra - al governo della Lombardia da tre decenni - si candida a succedere ad Attilio Fontana, di cui è stata, fino a pochi giorni fa, vice presidente oltre che assessore alla Sanità. Moratti è stata sindaca di Milano e, per Forza Italia, ministro dell’Istruzione oltre che presidente della Rai. Un osservatore meno attento alle fantasiose contorsioni della politica italiana potrebbe dedurre che il clamoroso divorzio tra Moratti e Fontana abbia aperto una seria frattura nell’intera coalizione vincitrice delle ultime elezioni politiche. E invece no. La mossa dell’imprenditrice, vedova del petroliere Gian Marco Moratti e sostenitrice della comunità di San Patrignano, ha finito per creare dissidi, malumori e contrasti soprattutto nel centrosinistra.

Il cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi l’ha subito appoggiata nella sua scelta di correre per la presidenza della Lombardia alle prossime elezioni che si svolgeranno probabilmente nel febbraio del 2023. Il Partito democratico, alle prese con una profonda crisi di identità dopo la sconfitta elettorale, con il segretario Enrico Letta dimissionario, non ha accettato nemmeno un confronto. Ha detto no persino con sdegno. Con un cipiglio inaspettato per un partito che ha governato con molti dei suoi attuali avversari (dalla Lega a Forza Italia). Una reazione persino sprezzante per una forza di sinistra che ha votato - turandosi il naso - anche le riforme degli altri. Per esempio il taglio dei parlamentari pur di andare d’accordo con i Cinquestelle. E ha imposto ai suoi elettori come propri candidati avversari storici come Pier Ferdinando Casini che quando Letizia Moratti era ministro guidava un partito di centrodestra oltre a presiedere la Camera. In nessun caso al Pd, quando ha accolto tra le proprie fila esponenti dello schieramento avverso (come Beatrice Lorenzin, ministra della Salute, sempre con Berlusconi), è mai venuto il dubbio che si trattasse di semplici operazioni di trasformismo. Invece la Moratti è stata subito sospettata di avere chiesto il sostegno a sinistra per una questione di puro potere personale. Inutile nascondersi che vi sia anche questa componente (quando non c’è?).

L’ex sindaca di Milano aveva accettato di andare in soccorso alla prima fallimentare gestione dell’emergenza Covid in Lombardia con la promessa di succedere a Fontana. Ma è vero che la rottura con la coalizione è avvenuta anche su alcune questioni squisitamente politiche. In particolare sui diritti personali, tema sul quale il Pd ha impostato la sua campagna elettorale. E in aperta polemica con la svolta radicale nella strategia su vaccini e mascherine del governo Meloni. Alcuni esponenti democratici, come Luigi Zanda e l’ex ministra Roberta Pinotti, sono stati favorevoli a discutere un eventuale appoggio alla Moratti, per rimettere in moto una dialettica politica. Le elezioni si vincono allargando alleanze anche a destra, non solo a sinistra. Altrimenti ci si condanna a una semplice, seppur legittima, testimonianza politica. Come in Lombardia. Dopo aver discusso a lungo sull’opportunità di tenere delle primarie - alle quali si era già candidato Pier Francesco Maran, assessore di Sala - Il Pd lombardo si è orientato sull’attuale parlamentare europeo, Pier Francesco Majorino. Comunque, sotto il cielo manzoniano di Lombardia “che è bello quando è bello” la confusione regna sovrana.