L'editoriale

Le emozioni, lo spettacolo e il rovescio della medaglia

La stagione regolare è stata appassionante, ma si fa sempre più fragile l'equilibrio tra risultati, questioni economiche e sviluppo dei giovani
Flavio Viglezio
Flavio Viglezio
06.03.2023 06:00

Mentre l’Ambrì Piotta si lecca le ferite per ciò che poteva essere, ed invece non è stato, il Lugano tira un enorme sospiro di sollievo. I bianconeri hanno staccato il biglietto per i pre-playoff in extremis, per il rotto della cuffia. Evidenziando ancora una volta, al cospetto del Bienne, quella bipolarità che ha contraddistinto tutto il loro campionato. In attesa di osservare quel che la formazione della Cornèr Arena sarà in grado di offrire contro il Friburgo, la stagione regolare delle ticinesi ha purtroppo messo in rilievo più ombre che luci. Non solo sul ghiaccio. Nei momenti sportivamente più difficili, sono ancora una volta emerse profonde lacune a livello di strategie di comunicazione che – di fatto – non esistono. Permane, sia in Leventina sia a Lugano, una visione arcaica nella forma e nei contenuti delle analisi, nella formulazione degli obiettivi, nella gestione verso l’esterno delle situazioni più delicate. Il prototipo del tifoso è cambiato, negli ultimi anni, e non è un caso se biancoblù e bianconeri debbano oggi fare i conti con pericolosissime crepe all’interno del loro pubblico più affezionato. Quello che ancora va in pista, insomma.

Se le ticinesi hanno dovuto accontentarsi di un ruolo da comprimarie, la stagione regolare ha regalato emozioni forti dalla prima all’ultima giornata. La battaglia per accedere ai pre-playoff è stata cruenta e si è decisa sul filo di lana. Un equilibrio probabilmente figlio dell’aumento degli stranieri: una decisione, quella presa dalla Lega, che ha livellato i valori in pista. A tutto vantaggio dello spettacolo. Il neo promosso Kloten per esempio – con un roster svizzero non certo di primissima fascia – ha saputo approfittare al meglio della qualità dei suoi elementi di importazione.

Sì, è stato un campionato appassionante, ma come spesso accade ogni medaglia ha un suo rovescio. Come ampiamente previsto, i sei stranieri in pista hanno complicato il compito dei giovani con passaporto rossocrociato. Le prime statistiche non mentono e dicono che, rispetto alle stagioni precedenti, hanno complessivamente avuto a disposizione meno tempo di ghiaccio. Anche i club che si dicono formatori hanno preferito puntare – forse anche perché impauriti dallo spettro di un’eventuale relegazione – sull’esperienza. E non solo per quel che riguarda gli stranieri. Tra il dire e il fare c’è insomma sempre di mezzo il mare. Il futuro dei ragazzi che escono dai vari settori giovanili si fa dunque sempre più nebuloso: in Ticino, nel caso in cui i Rockets fossero costretti a gettare la spugna, la situazione diventerebbe davvero difficile per loro.

L’equilibrio tra spettacolo, risultati e questioni economiche da una parte e sviluppo dei giovani dall’altra, si fa vieppiù fragile. Anche perché la maggior parte dei club sembrano già aver cancellato con un colpo di spugna le difficoltà finanziarie provocate dall’epidemia di coronavirus. C’è chi ha pianto e chi ancora piange. Eppure nessuno ha più portato avanti – con i fatti, non solo a parole – il concetto di fair-play finanziario che nei momenti più bui della COVID-19 sembrava l’unica medicina in grado di salvare l’hockey svizzero. Certo, il pubblico – nel complesso – è tornato a riempire gli stadi del ghiaccio, ma il concreto timore è che qualcuno stia facendo il passo più lungo della gamba. Ci sono dirigenti che affermano – con irritazione e anche un po’ di sdegno – che tifosi e media hanno la memoria corta: i club – in molti hanno speso anche nel corso della stagione come se non ci fosse un domani – l’hanno altrettanto corta. Eppure dovrebbero essere loro – non i tifosi ed i media – ad avere una visione a lungo termine per garantire un futuro sostenibile all’hockey elvetico.

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