Lega-UDC, colpi bassi e nervi scoperti

Ognuno per la sua strada. Così doveva essere e così sarà: l’alleanza a destra è morta da mesi, senz’altro dall’aprile dello scorso anno dopo il duro confronto senza mezze misure a La domenica del Corriere tra leghisti e democentristi di primo piano. Claudio Zali, unitamente a Norman Gobbi, correrà per sedere altri quattro anni in Governo e l’UDC tenterà con le sue forze di portare Piero Marchesi in Consiglio di Stato. Il confronto è lanciato all’inizio della primavera a un anno dalle cantonali del 2027. Attendiamoci di tutto tra i cugini; sarà un derby e neppure di quelli eleganti. Piuttosto una stracittadina nervosa, giocata più sui falli che sul fair play. Zali ha deciso legittimamente di non mollare, con buona pace di chi sperava in una sua uscita di scena ordinata, magari accompagnata da un sorriso istituzionale e da una stretta di mano di circostanza. Zali resta. E quando resta, non chiede permesso. Si presenta «forte» e con un piano b, finanche c, in tasca. Lo dice lui, sovvertendo i ruoli, improvvisandosi così un po’ coordinatore, di certo plenipotenziario, delineando poi la linea politica del Dipartimento delle istituzioni, giocando in primis con il facile populismo del «dagli al radar». Ma soprattutto con le mani sul dossier della Giustizia, oggi suo per effetto del golpe dell’arrocchino imposto dalla coppia leghista e avallato scioccamente dall’intero Governo. Oggi lo dice a chiare lettere: lui, se rieletto, tornerà armi e bagagli al Territorio. Ma non prima di aver messo i suoi paletti sul dossier giudiziario delle nomine. Guarda caso, vien da dire, un tema delicato da lasciare in eredità a chi arriverà dopo. O magari per il rientrante Norman Gobbi alle Istituzioni. Tanto per sottolineare lo stile leghista: «Tu incapace di farlo in tanti anni, io concreto in pochi mesi». Che ambientino ragazzi. Come quello che nelle passate settimane ha visto diversi leghisti ai piani alti auspicare in gremi ristretti l’uscita di scena di Zali. Ma staremo a vedere se ci sarà chi avrà il coraggio di dirlo pubblicamente. Finanche nell’assemblea della Lega (rigorosamente, secondo tradizione, a porte chiuse) dove la democrazia è un criterio à la carte e potrebbe finire con uno scrosciante applauso e l’urlo proveniente dalle busecche in ebollizione per l’eccitazione elettorale: «Evviva la Lega!». Zali è Zali, umorale, imprevedibile e talvolta irriverente, volendo usare il fioretto per quanto altrimenti potrebbe essere interpretato come un insulto. Come quel «siete nulli» all’indirizzo del gruppo UDC nel corso di un dibattito infuocato sul tram-treno nella sala del Gran Consiglio, che risuona ancora oggi. Ma così, purtroppo, il livello del confronto scivola definitivamente sotto la soglia del decoro. Zali non si fa dettare l’agenda, non si fa imporre la linea. Litiga con molti e poi fa la pace, ma con lui è sempre una tregua armata. È il leghista meno inquadrabile in circolazione, uno che dichiara senza imbarazzi simpatie per i Verdi e per il PLR. Un corpo estraneo? Forse. O forse semplicemente un politico che gioca una partita tutta sua, mentre gli altri litigano per il pallone. Fa specie però vedere un uomo, un ex giudice, legato (nel senso nobile) alle istituzioni come Zali affermare di essere al servizio dei cittadini, di rimettersi alla volontà popolare e, nel contempo, dichiarare senza pudore di autodotarsi del paracadute per il Consiglio degli Stati o semmai per la città di Lugano. Questo, Signor ministro, non le fa onore. Poi che sia tutto in funzione anti-UDC fa parte del gioco. Ma allora lo si dichiari apertamente.
Così, a destra si entra nella fase della navigazione a vista. La Lega ha due carte da giocare, ma non è chiaro quale sia quella vincente. Gobbi ha lanciato la volata da tempo, con la costanza di chi conosce il terreno. Zali gioca di rimessa, ma con colpi chirurgici. La domanda, inevitabile, è brutale: oggi chi pesa di più? Chi attira più voti? E soprattutto: quanto vale davvero la Lega? E quanto vale l’UDC? Domande che fino a ieri si evitavano con cura, nascondendole sotto il tappeto di un’alleanza che ormai esiste solo nei ricordi e nelle dichiarazioni di circostanza. Perché la verità, scomoda ma limpida, è che quel matrimonio è finito da un pezzo. E come spesso accade, quando finisce l’interesse, rimane il rancore. Non è più politica, è regolamento di conti. Lo si è visto con chiarezza negli ultimi mesi, dove ogni dossier diventa un pretesto per colpire, con il livello del confronto che scivola definitivamente sotto la soglia della decenza. Dall’altra parte Marchesi non fa sconti. Anzi, rilancia. Da megafono instancabile ha forgiato lo scontro che dura da anni in una campagna permanente. L’escalation è evidente. È una tensione accumulata, sedimentata e pronta ad esplodere. E alimentata da entrambi i fronti.




