Neutralità, un chiaro segnale per restare pragmatici

Il no all’iniziativa sulla neutralità è stato ancora più netto di quanto lasciassero prevedere i sondaggi. Il 70% di voti contrari è una sentenza senza appello per chi puntava a una neutralità rigida e fine a sé stessa, ibernandola nella Costituzione. Ed è, al tempo stesso, un avallo della politica del Consiglio federale e del Parlamento; sia sul piano del principio - la neutralità da usare in modo flessibile, come strumento collaudato per la pace e la sicurezza - sia nelle scelte concrete, come nel caso delle sanzioni alla Russia e della collaborazione internazionale in materia di difesa. Partita col botto, l’iniziativa lanciata da Pro Svizzera (col massiccio sostegno dell’UDC) ha progressivamente perso slancio man mano che dal dibattito pubblico ne emergevano i limiti. Anche il tentativo di preservarla in parte con un controprogetto è naufragato. Alla fine è stata un buco nell’acqua, senza attenuanti. L’iniziativa sui 10 milioni di abitanti, bocciata in giugno, aveva per lo meno ottenuto un 45% di sì, una sorta di monito all’autorità affinché tenesse alta la guardia sul tema dell’immigrazione. Stavolta, invece, è stata una sconfitta totale, che preclude ogni serio margine di rilancio. Per di più, la scelta dei compagni di strada non ha aiutato Christoph Blocher, che di questa iniziativa è stato ideatore e figura di riferimento. È probabile che le posizioni apertamente filorusse di alcuni suoi sostenitori e l’appoggio da parte dei comunisti contrari all’esercito abbiano nuociuto alla causa. Sette svizzeri su tre hanno deciso che il Governo deve continuare ad avere il margine di manovra necessario per reagire alle crisi caso per caso, valutando le opzioni che ha a disposizione e considerando il contesto che la circonda. La neutralità deve restare uno strumento che lascia la necessaria libertà d’azione e che va continuamente adattato a seconda delle circostanze. Piaccia o no, come aveva dichiarato Ignazio Cassis, una competenza fondamentale della Svizzera è quella di «durchwursteln» (letteralmente cavarsela alla meglio), un’espressione un po’ colorita per dire che la Confederazione deve trovare il modo migliore per tutelare i suoi interessi, passo dopo passo, con sano pragmatismo. E con lui, la grande maggioranza dei votanti non crede che un’interpretazione rigida, tramite un nuovo articolo nella Costituzione, basti per garantire una migliore protezione per il Paese, in un contesto internazionale multipolare e vieppiù imprevedibile.
L’iniziativa aveva anche due obiettivi precisi. Vietare l’adozione di sanzioni che non fossero quelle decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU e limitare la collaborazione con alleanze difensive ai casi di aggressione militare diretta o di atti preparatori in vista di una simile aggressione. Il chiaro no scaturito dalle urne significa che le sanzioni alla Russia sono considerate giustificate e che non si vuole privare il Consiglio federale del potere di imporre misure contro gli Stati che violano il divieto dell’uso della forza. In altri termini, la neutralità non deve diventare un modo per favorire unilateralmente gli aggressori. Un’approvazione avrebbe anche precluso una cooperazione pragmatica sul piano militare con i partner che già oggi tutelano la sicurezza elvetica. Alle condizioni poste dall’articolo costituzionale, un via libera sarebbe giunto troppo tardi. La Svizzera è militarmente sottodotata. Ma se anche fosse meglio attrezzata, non potrebbe fare a meno della collaborazione con i Paesi che la circondano, attraverso lo scambio di dati sul controllo del traffico aereo e sulle minacce legate a droni e missili balistici. Per esercitarsi a una difesa efficace è impensabile restare sconnessi dalla realtà militare circostante. La collaborazione è possibile anche senza aderire ad alleanze. Il voto di fine novembre sul materiale bellico darà poi altre indicazioni su come la Svizzera interpreta la sua neutralità armata. L’ex consigliera federale socialista Micheline Calmy-Rey, contraria all’iniziativa sulla neutralità, aveva detto di temere un responso alle urne troppo negativo, perché questo avrebbe incoraggiato gli Europa-NATO-turbo. È possibile che qualcuno si senta spronato a farlo, ma dalle urne è uscita più una conferma della linea attuale di ricerca pragmatica di un equilibrio fra indipendenza e partenariato, che un incitamento a una fuga in avanti. Se poi qualcuno, improvvidamente, la dovesse tentare, ecco che l’iniziativa si rivelerebbe anche controproducente.


