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L'editoriale

Nomine, il punto di non ritorno

La tornata monstre del Gran Consiglio, con ben undici membri del potere giudiziario da nominare, ha mostrato in maniera limpida che il sistema strettamente politico è collassato
Gianni Righinetti
07.07.2026 06:00

La tornata monstre del Gran Consiglio, con ben undici membri del potere giudiziario da nominare, ha mostrato in maniera limpida che il sistema strettamente politico è collassato. La radiografia è impietosa, da anni lo vediamo camminare perché nessuno ha ancora avuto il coraggio di fermarlo. Procede con passo incerto, zoppica, inciampa, tra accordi costruiti, incrinati, rinegoziati e infine smentiti in aula. Nessun incidente di percorso, ma il sintomo di una malattia istituzionale che da anni viene descritta, denunciata, minimizzata e poi puntualmente rimandata al giro successivo. Quella politica che per anni era riuscita a coordinare le operazioni di voto, già di per sé qualcosa che non fa fare salti di gioia, ora ha perso la bussola. A partire dal malvezzo delle nomine tenute nel cassetto per mesi, quando la Commissione d’esperti già si è determinata, al solo scopo di avere nelle mani profili e persone come fossero merce di scambio, quasi figurine dei Mondiali di calcio, per completare l’album partitico-giudiziario, che è già di per sé qualcosa di aberrante. Significa lasciare scoperte delle posizioni all’interno di un apparato giudiziario ticinese già sottodotato rispetto agli standard medi elvetici. E sentire, infine, un parlamentare di lungo corso e di grande equilibrio affermare che «alla prova dei fatti il PLR porta a casa cinque nuovi magistrati, al posto dei quattro previsti nelle discussioni tra i partiti di Governo» lascia di stucco e dimostra che ogni lucidità è venuta meno. Per non parlare poi dell’accanimento mediatico nei confronti di un procuratore pubblico d’esperienza che ha avuto il torto di ambire per una seconda volta ad un’altra carica, agendo con trasparenza e facendo leva sulle regole vigenti.

Al Parlamento, in base alla Costituzione e alle leggi, spetta il compito delle nomine, ma questo ora deve finire: è stato raggiunto (e superato) il punto di non ritorno. Non si tratta di definire una scelta «giusta» o «sbagliata» in base a chi la compie, anche perché oggi, come un domani, solo l’attività sul campo, nella solitudine, rigore e discrezione privata e pubblica alla quale deve sottostare chi si muove come procuratore o giudice si potrà valutare. Senza dimenticare l’autorevolezza super partes che ogni magistrato deve possedere. E allora com’è possibile parlare di questi criteri quando a nominare i magistrati è un gremio che fa esattamente il contrario? Nessuno dubita, fino alla prova del contrario, della capacità di essere indipendente di chi viene eletto con un’etichetta partitica, ma con la piega presa dalla politica oggi, preferiremmo se a dare il beneplacito non fosse più chi si è professionalizzato nel mercanteggio. Per nomine giudiziarie più professionali gioverebbe senz’altro un taglio netto con il passato/presente. Il terzo potere dello Stato merita condizioni quadro di partenza diverse, assegnate a un gremio più ristretto. Nelle nomine giudiziarie oggi c’è troppa democrazia. La vera democrazia non coincide con l’occupazione parlamentare di ogni spazio istituzionale. La democrazia vive anche di contrappesi, di autonomie, di limiti e di competenze distribuite.

A scanso di equivoci un ritorno alle nomine per suffragio sarebbe una pazzia, con la sua campagna carica di sospetti, insinuazioni, retroscena, fronde, rivalse, difese d’ufficio e attacchi personali. Una macchina che, una volta messa in moto, non saprebbe distinguere più tra critica legittima al sistema e logoramento della persona. Ma oggi sarebbe benvenuto un giro di vite, anche per ridurre il numero delle persone depositarie delle scelte. Confidiamo, senza quel dubbio che in genere è alimentato dal sospetto politico, che l’intelligenza e la capacità delle stesse persone incaricate sarà in grado di elevare in prevalenza il criterio della scelta professionale, senza cadere nella trappola di un apparato giudiziario monocolore. In Ticino c’è un organismo che si chiama Consiglio della magistratura e che, come istituzione, contempla competenze, tracciabilità delle decisioni, obbligo di motivazione e tutela dei candidati. È proprio qui che si gioca la serietà della riforma. Il procuratore generale Andrea Pagani, intervistato ieri dal Corriere del Ticino, ha detto che «la soluzione perfetta non esiste» ma «il sistema oggi in vigore in Ticino non si avvicina più alla perfezione». La proposta di Pagani (che si è espresso sui magistrati inquirenti e non sui giudicanti) è lasciare al Parlamento le nomine dei procuratori che vanno a comporre la Direzione dell’ufficio, affidando le altre nelle mani di un’autorità terza, coinvolgendo i citati vertici operativi e assegnando le scelte al Consiglio della Magistratura. Ma lo sappiamo: sarebbe una soluzione  troppo razionale e lineare per convincere la politica ad abbandonare lo scettro delle nomine. Affaire à suivre.